Le dinastie del Monferrato

La storia del Monferrato è rappresentata dalle dinastie che si sono succedute nel tempo.

Dinastia degli Aleramici

Al di là della leggenda che riguarda Aleramo, capostipite della dinastia, si sa ben poco degli Aleramici, che per più di cinque secoli influirono profondamente sulle terre monferrine e che furono a capo del marchesato fin dal 1305, fino alla scomparsa del marchese Giovanni, morto senza discendenza diretta. Dato che il Monferrato era un feudo femminile, passò, contro le pretese degli Aleramici di Saluzzo, a una sorella del marchese Giovanni, Jolanda, andata in sposa all’imperatore Andronico Paleologo e, per lei, al figlio suo secondogenito Teodoro.

Aleramo tra leggenda e storia

La leggenda

Si narra che nel 934 un gentiluomo di Sassonia, desideroso di prole, promise a Dio di andare pellegrino a Roma se avesse avuto grazia di figliolanza. Rimasta incinta la sua sposa, i due nobili coniugi partirono per esaudire il voto, accompagnati da gaia e onorevole compagnia. Giunti a Sezzè, nella contea di Aqui, il viaggio non potè proseguire giacché il parto era vicino. Nacque un bel bambino, forte e gagliardo, cui venne posto nome Aleramo che voleva significare “allegrezza”.

Trascorso un mese dall’evento, i genitori decisero di proseguire il viaggio, affidando il bambino alle affettuose cure dei signori del luogo, con l’idea di riprenderlo al ritorno da Roma. Il loro fu però un viaggio senza ritorno, perché sorpresi dai briganti, trovarono la morte. Rimasto orfano, Aleramo fu allevato come un figlio dai signori di Sezzè, che ne fecero uno scudiero.

Quando l’imperatore Ottone cinse d’assedio la ribelle città di Brescia, tra i valorosi che accorsero a prestargli aiuto c’era anche il giovane Aleramo. Tali erano la grazia e la leggiadria del giovane che l’imperatore ne fu conquistato e subito lo volle cavaliere della sua famiglia, affidandogli il compito di servitore di coppa presso la sua mensa. Dame e donzelle non avevano occhi che per lui e se ne disputavano la compagnia e il sorriso. Anche Adelasia, detta Alasia, la figlia dell’imperatore, non seppe resistere al suo fascino e ben presto se ne innamorò. Prontamente Aleramo ricambiò l’amore ardente, anche se combattuto tra il desiderio per l’amata e la riconoscenza per il suo re, cui non voleva recare torto.

Ma l’amore per Alasia era forte e le parole di lei erano dolci e convincenti, al punto che in una notte buia, vestiti abiti dimessi, fuggì con la sua amata. Cavalcarono giorno e notte senza mai fermarsi, sempre andando per boschi e per selve, per valli e per montagne, finché, braccati e inseguiti, si rifugiarono sui monti di Albenga a Pietra Andrena, dove spesso Aleramo si era recato a cacciare con i signori di Sezzè. Qui finalmente si fermarono e tosto furono colti da fame e sfinimento.

Scorto un  fuoco in lontananza, Aleramo vi si recò e là trovò degli umili carbonai che gli diedero di che sfamare sé e la sua compagna. Il giovane accettò l’offerta di cavare carbone con loro e ben presto si adattò all’umile mestiere. Costruì una capanna per sé e per la sua sposa e con lei visse sereno per lunghi anni, dimentico di ricchezze e onori.

La vita trascorreva lieta e semplice: Aleramo cavava carbone, Alasia confezionava borse che poi lo stesso Aleramo andava a vendere. Molti figli rallegrarono la loro casa. Quando il maggiore di essi compì dodici anni, il padre lo portò ad Albenga con sé, dove lo affidò al vescovo, con il quale aveva intrecciato rapporti di amicizia, perché lo facesse suo scudiero.

Nel frattempo avvenne che Brescia si ribellò di nuovo ad Ottone e che questi di nuovo chiamasse a sé i suoi fidi. Anche il vescovo di Albenga corse al richiamo del re, portandosi dietro sia il figlio di Aleramo che Aleramo stesso, in veste di aiuto cuoco. Giunti sotto le mura di Brescia, subito si misero sotto il comando di Ottone e presero a combattere. Aleramo si teneva in disparte ed osservava da lontano le imprese del figlio. Quando però vide le armate di Ottone incalzate e pressate dal nemico, ruppe gli indugi e afferrato a volo un cavallo, con grande genialità e tempestività, impugnò uno stendardo con sopra paioli, padelle, catene e si precipitò nella mischia respingendo in tal modo l’assalto dei nemici, che presi di sorpresa furono messi in fuga.

Con il suo ardire le sorti del combattimento si erano capovolte con grande meraviglia di tutti, soprattutto dell’imperatore, che volle subito vedere l’uomo del gesto glorioso. Aleramo inutilmente si schernì, ma messo alle strette fu costretto a rivelare all’imperatore la sua identità. Gettatosi ai piedi del sovrano, gli narrò con voce commossa ma ferma, quanto era accaduto a lui e ad Alasia a partire da quella lontana notte in cui fuggirono. Al racconto l’imperatore si intenerì, perdonò l’eroe e subito volle che fossero condotti in sua presenza la figlia amatissima e i nipoti. Si fece grandissima festa e Aleramo fu fatto marchese. A lui Ottone concesse tanto territorio quanto in tre giorni potesse percorrere a cavallo in quella terra montuosa che è il Piemonte. Aleramo cavalcando senza posa, notte e dì, su tre cavalli velocissimi, percorse tutte le terre che si estendevano dal fiume Tanaro all’Orba, sino alla riva del mare.

Si dice che Aleramo, volendo ferrare il cavallo prima di intraprendere la gran corsa e non trovando strumenti idonei, si sia servito di un mattone, che appunto nel volgare di quella regione è detto “mun” e così il cavallo fu ferrato, “frrha”. Di qui il nome del Monferrato.

Questa leggenda offre una delle più suggestive invenzioni etimologiche del nome della regione, che da altri invece viene fatto derivare da “mons ferax“, “monte ferace”, per la fertilità del terreno, ora da “monte” e da “farro”, una specie di frumento che sarebbe cresciuto in abbondanza su quei colli, ora da “mons pharratus“, un villaggio della collina torinese oggi scomparso, ora da “fera“, in quanto un tempo la regione pullulava di animali feroci, ora da “mons ferratus“, “monte guarnito di ferro”, ora da “mons ferox”, “monte fiero, coraggioso” e così via.

La storia

Passando dalla leggenda alla realtà storica si incontrano serie difficoltà nel ricostruire la figura di Aleramo. I pochi documenti esistenti ce lo presentano come figlio di un certo conte Guglielmo di origine franca e testimoniano l’investitura di molte terre nel contado di Acqui, nel 933 ad opera dei re Ugo e Lotario. Nel 940 circa, alla guida del popolo di Acqui si sarebbe coperto di gloria sbaragliando, nei pressi di Vinchio (in località Colle dei Saraceni), ingenti forze moresche. Alcuni autori riportano tale episodio glorioso proprio al 933 e vedono nell’investitura un riconoscimento regio al valore di Aleramo. Nel 950 Berengario II lo elevò al rango di marchese. Nel 967, infine, Ottone I gli confermò la dignità marchionale ed il possesso dei comitati che la marca riuniva: essa si estendeva, senza interruzioni, per tre comitati di Monferrato, Acqui e Savona e confinava a nord con il Po, ad est con i comitati di Genova, Tortona, Pavia e Milano, ad ovest con i comitati di Albenga, Alba, Mondovì, Asti e Torino, a sud con il mare.

Della fantastica narrazione del suo gesto glorioso vi è poca documentazione. Certo è il documento che riguarda un diploma da Ravenna a lui conferitogli in data 23 marzo 967, che lo crea marchese delle terre fra l’Orba, il Po, la Provenza e il mare. Questo tessuto favoloso fu oggetto di ricerche da parte di storici piemontesi dal sec. XVII in poi. Sembra che non fosse la figlia del re ed imperatore Ottone I la donna con cui scappò Aleramo e che in seguito non fosse neppure la figlia di Berengario, Gerbenga, a dargli altri tre figli. Ma la debole documentazione non consentì di appurare se si trattava o no di sola leggenda.

La leggenda di Aleramo fu vista simile a quella di Arduino il Glabro, di Bertoldo il Sassone e che per questo derivasse anch’essa, come le altre, dai re di Sassonia del Kent. In realtà le carte e i diplomi regi e imperiali del sec. XII permettono soltanto di stabilire che il 25 luglio 933 e il 6 febbraio 940 i re Ugo e Lotario a Pavia investirono Aleramo “fedele nostro…conte”, figlio di un Guglielmo salico o borgoglione, prima della corte di Aureola e dipendenze, nel comitato vercellese, poi di altra corte in quel di Acqui; e che solo dopo il 950, cioè dopo l’avvento di Berengario II al trono, Aleramo ebbe la dignità di marchionale.

Si narra che ad Aleramo, già vedovo della figlia di re Ottone, Adelasia, dalla quale erano nati Guglielmo, Anselmo, Oddone e Berengario, concesse la mano di sua figlia Gerberga, che fece da matrigna ai suoi tre figli. Da un diploma di Berengario fra il 958 e il 960 si evince che Aleramo con Gerbenga furono i fondatori del monastero di Grazzano (Casale). Aleramo non fu travolto dalla rovina del suocero Ottone I, in quanto lo stesso il 25 marzo 967 gli confermò la dignità marchionale e i possessi. Molto prima del 991 venne sepolto a Grazzano, dove ancora oggi all’interno della chiesa parrocchiale riposano le sue spoglie. Sulla sua tomba c’è un meraviglioso mosaico del X secolo sovrastato da una lapide che ricorda il trasferimento avvenuto nel 1581 delle sue spoglie dal peristilio del tempio, dove in origine erano state inumate, alla posizione attuale. Alla sua morte la marca, di cui era titolare, venne divisa tra i figli Oddone, cui andò il comitato di Acqui e Monferrato, ed Anselmo, cui toccò il comitato di Savona.

Dinastia dei Paleologi

Il marchesato di Monferrato si costituì alla fine del sec. X o al principio dell’XI in seguito allo smembramento della marca di Aleramo, ma è a cominciare dalla metà del sec. XII che appare bene individuato e la sua storia è documentata. La dinastia dei Paleologi iniziò con Teodoro, contando diversi marchesi (vedi tabella).

Le circostanze che diedero inizio a tale dinastia partirono dal gennaio del 1305 con la morte, senza eredi e alquanto misteriosa, del giovane marchese Giovanni I, detto il Giusto. Per dirimere la complicata successione tutti i signori del marchesato, compresi i consortili montigliesi, si riunirono a Trino, accogliendo le volontà del sovrano di nominare come successore uno dei figli di Violante, sorella di Giovanni I e imperatrice di Costantinopoli. Teodoro I Paleologo fu il primo marchese del Monferrato. Aleramici e Paleologi difesero il loro patrimonio e conquistarono grossi centri urbani quali Acqui, Alba e Casale, che compensarono le perdite e allargarono i confini dello stato.

MarchesePeriodo di reggenza
Teodoro I1305-1338
Giovanni II1338-1372
Secondotto1372-1378
Giovanni III1378-1381
Teodoro II1381-1418
Giangiacomo1418-1445
Giovanni IV1445-1464
Guglielmo VIII1464-1483
Bonifazio III1483-1494
Guglielmo IX1494-1518
Bonifacio IV1518-1530
Giangiorgio1530-1533

Dominazione dei Gonzaga

DucaPeriodo di reggenza
Federico II1536-1540
Francesco III1540-1550
Guglielmo1550-1587
Vincenzo I1587-1612
Francesco IV1612-1613
Ferdinando1613-1626
Vincenzo II1626-1627

Con l’estinzione della dinastia dei Paleologi cessò la vita autonoma del marchesato. Morto Giangiorgio senza discendenti, il Monferrato fu disputato fra Federico II di Mantova, che aveva sposato la nipote di Giangiorgio, Margherita, e Carlo II duca di Savoia che aveva più parentele, ma soprattutto un contratto nuziale tra Jolanda da Monferrato e il conte Aimone di Savoia, in cui era sancita la devoluzione del marchesato ai loro discendenti, nel caso si fosse estinta la linea maschile dei Paleologi. Trattandosi di un feudo imperiale la contesa fu decisa dall’imperatore Carlo V, che nel 1536 emise sentenza favorevole a Federico II Gonzaga. Dato che il Monferrato fino al 1539 fu corso e occupato dai soldati di Spagna e di Francia per il predominio in Italia, i Gonzaga  ne entrarono in possesso dopo la pace. A Mantova e nel Monferrato si susseguirono i duchi menzionati in tabella.

La Signoria dei Gonzaga non fu prodiga con i monferrini, opprimendoli e taglieggiandoli, e Vincenzo I mise letteralmente all’incanto il Monferrato, creando nuovi feudi e offrendoli per denaro, compresi di titoli nobiliari. I duchi di Savoia cavalcarono il malcontento dei monferrini e crearono difficoltà al governo dei Gonzaga. Mantova tentò invano la permuta con gli spagnoli per avere il Cremonese in cambio del Monferrato. Fu in questo periodo che Guglielmo Gonzaga ottenne dall’imperatore Massimiliano II, nel 1675, l’elezione del marchesato in ducato. Nel frattempo Ferdinando Carlo, l’ultimo e il peggiore dei duchi di Mantova e Monferrato, vendette nel 1681 a Luigi XIV la cittadella di Casale, poderosa fortezza che dava ai Borboni un solido punto di appoggio nella lotta contro gli Asburgo di Spagna e di Austria in Italia e in seguito diede in mano ai francesi il suo stato. Dichiarato reo di fellonia dall’imperatore, suo sovrano feudale, e spogliato dagli stati e dai diritti, Mantova ricadde all’impero e il Monferrato dopo la vittoria di Torino fu assegnato finalmente a Vittorio Amedeo II nel 1708.

Annessione a casa Savoia

Con la pace di Utrecht il marchesato uscì da queste lotte con dolorose mutilazioni e pericoli. Nei sec. XIV e XV i Savoia e i Visconti affermarono la loro egemonia in Piemonte e in Lombardia, contendendosi il territorio marchionale per aumentare la loro egemonia in Lombardia, Piemonte e ad allargarsi verso il mare. Il marchesato si salvò volgendo a suo profitto la rivalità sabaudo-viscontea e parve soccombere tra il 1431-1435 allorché Amedeo VII di Savoia, giocati diplomaticamente Filippo Maria Visconti e il marchese Giangiacomo, occupò parte dello stato e si fece cedere la capitale Chivasso. I successori di Giangiacomo tentarono di recuperare il perduto chiedendo protezione alla Francia e all’impero, ottenendo che gli imperatori asburgici riconfermassero alcuni diritti dei marchesi. Le  ambizioni dei Savoia sul ducato del Monferrato provocarono due guerre. Con la fine della seconda guerra e con il trattato di Cherasco ai Savoia spettarono soltanto Alba e Trino. Sin dagli inizi del XVII secolo il Monferrato subì le conseguenze della durissima guerra contro i Savoia e tra il 1617-1618 Montiglio venne saccheggiata, nonostante il borgo contasse 495 fuochi, 2491 bocche e 300 soldati. Un destino analogo a quello che seguì nel secolo successivo, quando il “Monferrato è nuovamente invaso…e Casale, per evitare mali peggiori, manda una delegazione al principe Eugenio di Savoia”. Fecero parte di questa delegazione i marchesi Natta, Grisella e Malpassuto di Montiglio. Il 18 aprile 1707, Vittorio Amedeo II entrò vittorioso in Casale. Nel 1713 con la pace di Utrecht, il Monferrato, dopo secoli di storia venne definitivamente annesso a Casa Savoia. Nel 1869 fu rinnovato il titolo di marchese di Montiglio a Paolo Giovanni Della Rovere, condiviso con i Cocconito. Estinti i Cocconito il castello rimase ad Ernesto Cocconito, la cui figlia Silvia sposò il marchese Borsarelli di Rifreddo.

Il romanico astigiano

Le chiese romaniche sono uno dei grandi patrimoni storici, artistici e culturali della Provincia di Asti, una ricchezza unica che in questi anni è stata oggetto di attività di salvaguardia e valorizzazione. Preziose testimonianze del medioevo, questi piccoli gioielli sono prevalentemente ubicati nella parte settentrionale della provincia (Alto Astigiano), il territorio compreso tra i fiumi Po e Tanaro ovvero il Basso Monferrato, un’area che nel Medioevo era attraversata dalla Via Francigena, via battuta dai pellegrini europei per raggiungere Roma e la Terra Santa. Edificate per lo più tra XI e XII secolo, erano luoghi di sosta nel corso dei lunghi pellegrinaggi ed erano anche le chiese dei piccoli villaggi che sorgevano sulle splendide colline dell’Astigiano. Questi gioielli erano, quindi, il cuore della vita quotidiana. La storia del Monferrato volle che con la costruzione dei castelli, per esigenze di difesa, e la creazione di nuovi insediamenti (per motivi strategici), quei piccoli villaggi venissero abbandonati e le pievi fossero trasformate in cappelle cimiteriali o chiese campestri. Alcune sono arrivate in buone condizioni fino a noi perché rimaste custodite nei piccoli cimiteri, altre, abbandonate e completamente isolate su poggi e colline, sono state recentemente restaurate. Molte conservano un patrimonio scultoreo di grande valore, in alcune sono rimaste poche tracce romaniche e di altre ancora sono giunte ai giorni nostri solo ruderi: tutte meritano comunque una visita non fosse altro per la splendida collocazione all’interno del suggestivo paesaggio monferrino. Vi invitiamo alla scoperta di questi luoghi incantati, affascinanti e ricchi di storia per godere di un raccoglimento e di una quiete unici e irripetibili, visitando le chiese che abbiamo scelto per voi e che andiamo ad illustrare in questa sezione.

Caratteri stilistici delle chiese

È nell’Alto Astigiano che troviamo le massime espressioni di questa religiosità medievale: in questa zona, facilmente raggiungibile da Asti e da Torino, imperano, in un perfetto connubio paesaggistico e cromatico, i filari delle viti che producono vini di buon pregio e una serie di chiese, più o meno grandi, più o meno isolate. Si tratta per lo più di edifici di non grandi dimensioni, dalla struttura semplice, costruiti con materiali poveri, reperibili sul posto. Sono tutte accomunate dal rosso del cotto alternato al giallo del tufo, caldi materiali con i quali vennero edificate, e che spesso danno vita a decorazioni caratteristiche come quelle a dente di lupo che troviamo nelle absidi di Cortazzone e sia nell’arco del portale che nel campanile di Montechiaro.

Un altro elemento comune è la presenza del motivo a damier, decorazione di origine francese, in cui la superficie è incisa a quadretti in rilievo e incassati. La pianta tipica ha forma rettangolare, più o meno allungata e a volte irregolare. Le chiese ad una navata, sono in genere formate da una sola aula rettangolare che termina nell’abside; le chiese più grandi, come San Secondo a Cortazzone, possono avere tre navate, in genere terminanti con absidi semicircolari; non mancano però strutture diverse, a pianta quadrata, senza abside, o con absidi laterali. Nelle chiese a tre navate, i colonnati sono sovrastati da archi a tutto sesto, e, probabilmente, il tetto era originariamente a vista, come le volte a botte o a crociera sono in genere posteriori. Solo alcune chiese hanno un transetto; per lo più le navate laterali finiscono con piccole absidi affiancate a quella centrale. La parte absidale, che in molte chiese è la meglio conservata, e in alcuni casi l’unica superstite, ha forma semicircolare, sormontata da un semicatino sferico. L’abside è in genere raccordata alla navata da un arco a tutto sesto, fortemente sporgente (arco trionfale) la cui struttura a volte viene ripresa all’esterno da contrafforti inclinati che servono a reggere le spinte laterali. La facciata originale è stata spesso rifatta in età moderna o fortemente rimaneggiata; ha una forma semplice, a capanna o a salienti, con rinforzi in corrispondenza degli spigoli fra la facciata e i muri laterali. Le facciate originali superstiti mostrano spesso una grande semplicità ed eleganza degli elementi decorativi. Le tormentate vicende attraversate da queste chiese nel corso dei secoli hanno quasi del tutto cancellato la decorazione pittorica, di cui rimangono pochi frammenti originali. Possiamo invece ancora ammirare la varietà degli elementi scolpiti. Anche in questo caso la parte meglio conservata è rappresentata dalle absidi, la cui solida struttura è alleggerita da lesene, finestrelle, coronamenti retti da archetti pensili. La tenera pietra arenaria permette una varietà di motivi decorativi, a volte geometrici e calligrafici, altre volte naturalistici, in cui si inseriscono liberamente elementi figurativi, con animali più o meno fantastici e figure umane, a volte in pose allegramente profane: l’esempio più noto è ancora quello di San Secondo a Cortazzone. Motivi anche più ricchi si notano nelle poche facciate superstiti, come quella di San Nazario di Montechiaro, e nei capitelli dei colonnati interni. Anche gli elementi decorativi in pietra un tempo erano dipinti; persasi la pittura originale, rimane il delicato gioco cromatico dell’alternanza della pietra con il cotto, in un impasto di colori caldi che si collega armoniosamente con la natura circostante. Ancora altre sono le caratteristiche che accomunano questi edifici molto spesso di origine decorativa come capitelli, fregi, cornici, archetti e, soprattutto, figure antropomorfe, fantastiche o zoomorfe che costituivano per il fedele un vero e proprio vangelo illustrato. E’ presente nell’uomo medievale l’ossessione del peccato, del male, del demonio, della vendetta divina. Si diffondono sempre più i testi sull’Apocalisse o i commenti ad essa, fra i quali il più conosciuto fu il Commentario dell’Apocalisse scritto dal monaco spagnolo Beatus de Llébana alla fine del VIII secolo, di cui restano venti codici illustrati, eseguiti tra il X e il XII secolo. Testo ricco di immagini fantastiche quali esseri mostruosi, strane creature del mondo animale e vegetale, vi si trovano degli esempi anche di scultura decorativa con motivi molto spaventosi e grotteschi. Se questo era il livello culturale accessibile ai pochi dotti in grado di leggere, era altresì necessario tradurre in immagini facilmente accessibili al volgo quei concetti che permettevano di spiegare come la Natura, sotto l’edigia di Dio, fosse articolata gerarchicamente e comprendesse anche il male e il peccato. Attraverso i bestiari e le sculture simboliche che adornavano gli edifici religiosi, l’uomo medievale poteva essere in grado di meglio decifrare le corrispondenze tra i piani paralleli in cui veniva diviso il creato e così comprendere come dietro il significato apparente di alcune figure fantastiche si celassero spesso esempi delle umane debolezze o dell’inganno demoniaco. È poi molto importante il legame delle chiese con il paesaggio. Per i motivi detti altrove quasi sempre questi edifici si trovano in aperta campagna, spesso in cima a colline; la parte absidale, la più carica di significato perche contiene l’altare, e rappresenta la direzione della preghiera, è a volte a picco sul lato più scosceso e inaccessibile, con un chiaro intendimento simbolico. La scomparsa del villaggio contadino, come abbiamo detto, ha fatto si che queste chiese si trovassero in luoghi disabitati, circondate dall’incolto, o in mezzo alle vigne. Il grande sviluppo economico dell’età contemporanea, in genere poco attento ai valori estetici e naturalistici, ha a volte snaturato la natura dei luoghi: molte chiese sono circondate da nuove costruzioni, senza che si sia minimamente curato un raccordo stilistico; a volte l’apertura de strade e lo sbancamento del terreno hanno alterato la morfologia della zona, mettendo a rischio la staticità delle costruzioni. Fortunatamente in molti comuni del Monferrato si sviluppa ora un movimento di opinione che reclama un maggior rispetto della bellezza dei luoghi.

Evoluzione storica

Nel medioevo il Monferrato fu interessato, come tutte le campagne d’Europa, dal grande sviluppo agricolo e demografico che iniziò nel X-XI secolo e proseguì per circa tre secoli, fino alla battuta d’arresto della prima metà del ‘300. Figli di quest’epoca sono i numerosi centri abitati, che spesso proprio intorno all’anno 1000 appaiono documentati per la prima volta. Il centro della vita sociale erano le chiese, attorno a cui si radunava la popolazione contadina nelle diverse occasioni, civili e religiose. La destinazione originaria di queste chiese si riflette nel nome col quale vengono solitamente indicate, cioè pieve, dalla parola latina plebs, termine collettivo che designava appunto una comunità rurale.

L’immagine originaria di quell’età è stata quasi completamente cancellata dalla storia successiva. Lo sviluppo dei centri abitati portava a nuove esigenze, e anche nuovi gusti e nuove mode estetiche, gli edifici civili e religiosi venivano volta per volta adattati alle nuove esigenze, ingranditi, abbelliti o interamente ricostruiti secondo nuovi stili. Sfuggirono a questo destino alcune piccole chiese che si trovavano al di fuori dell’abitato. Erano chiese nate al centro di villaggi contadini, che poi si erano spopolati per la forza di attrazione di nuovi nuclei urbani; i liberi comuni, oppure i borghi che si sviluppavano attorno al castello di qualche signore feudale. Le vecchie chiese con la scomparsa dei vecchi villaggi, si trovarono quindi in aperta campagna. Alcune, più vicine al nuovo abitato, furono adibite a chiese cimiteriali; altre furono poco per volta quasi dimenticate. Ed è proprio per questo stato di abbandono che molte hanno conservato almeno una traccia della loro struttura originaria, diventando straordinari documenti di un’età artistica vecchia di quasi un millennio. Certo il tempo non è passato senza conseguenze. Molte di queste chiese apparivano già in condizione di abbandono alla fine del ‘500, ed hanno subito nei secoli gravi danni, dovuti all’incuria, a manomissioni o – ciò che a volte è persino peggio – a maldestri tentativi di restauro; alcune sono arrivate fino a noi come dei ruderi pericolanti. Fortunatamente negli ultimi decenni se ne è riscoperto il grande valore, e opere di recupero e conservazione condotte con criteri scientifici e con il rispetto delle strutture originarie permettono ora di ammirarne tutta la semplice armonia.

Esempi caratteristici sul territorio

Le chiese più emblematiche ed evocative in stile romanico astigiano presenti sul territorio sono (clicca sopra per approfondire):

Photo & Video Gallery

Nel 2004 un appassionato dello stile romanico, di passaggio a Montiglio Monferrato presso il punto IAT, ha voluto condividere le foto che aveva scattato presso pievi, campanili e vestigia, immortalando così la sua passione. A distanza di anni e in occasione del rinnovo del sito di Montiglio Monferrato, desideriamo rendere omaggio al donatore condividendo con voi ciò che lui ha condiviso allora.
Quella che vedrete è una carrellata di oltre 2000 scatti delle 35 pievi romaniche o di ciò che ne resta. È un’iniziativa che certamente verrà apprezzata dagli amanti dell’arte romanica.

Naturalmente vi invitiamo a vedere anche
Romanico Monferrato: un bianco mantello di chiese (english version)

Il territorio

Il territorio di maggiore interesse de Il Trabucco, individuato dal Piano di Sviluppo 2017-2022, comprende i comuni indicati sulla mappa accanto.

Il Trabucco naturalmente collabora anche con altri comuni monferrini limitrofi al suo territorio di maggior interesse (quali Alfiano Natta, Casorzo, Cocconato, Grana, Grazzano Badoglio, Ottiglio, Passerano Marmorito e Villadeati).

Montiglio Monferrato

Montiglio Monferrato è un comune di circa 1700 abitanti ubicato in provincia di Asti e nato nel 1998, come primo esempio in Italia, dalla fusione dei comuni di Colcavagno, Montiglio e Scandeluzza, avvenuta dopo un referendum fra le rispettive popolazioni. Oggi comprende 14 frazioni all’interno dei suoi 27 kmq di estensione. Negli ex-comuni di Colcavagno e Scandeluzza esistono le figure del prosindaco e di due consultori.
Tra le attrattive turistiche del paese si segnalano le meridiane, la maggior parte create dallo gnomonista Mario Tebenghi, e quattro chiese romaniche, tra cui la splendida chiesa di San Lorenzo; inoltre due castelli impongono la loro presenza: quello di Montiglio, imponente e maestoso, e quello di Colcavagno, armonioso ed incastonato come un diamante nel parco che lo circonda.

Visita in due ore… + una

Un itinerario a Montiglio Monferrato che offre la possibilità di pranzare e gustare i prodotti del territorio.

Montiglio

L’etimologia del nome, secondo alcuni studiosi, deriva dal latino “monticulus” (“piccolo monte”), secondo altri da “mons tilius” (“monte dei tigli”); non sembra invece accettabile l’opinione tradizionale secondo cui “Montiglio” deriverebbe dai tre fratelli Montiglio, ai quali Carlo Magno donò le terre in questione… Sarebbe semmai più logico il contrario, vale a dire che il feudo abbia dato origine al cognome dei suoi signori.
Le più antiche notizie di Montiglio comparvero in documenti di fine secolo IX, quando risultava compreso nella contea del Monferrato. Il primo signore fu il visconte Roberto agli inizi del 900 e nel corso dello stesso secolo il feudo passò al marchese Berengario II, poi al conte di Vercelli Aimone di Mosezzo.
Successivamente i discendenti Radicati mutarono il cognome in Montiglio.
L’imperatore Federico Barbarossa nel 1164 riconobbe la signoria del luogo ai marchesi di Monferrato.
Tra il 1100 e il 1200 scoppiò la guerra contro il comune di Asti, che voleva assoggettarlo: Montiglio rimase sotto la signoria del Monferrato fino al 1290, anno in cui il marchese monferrino Guglielmo fu condotto prigioniero ad Alessandria. Asti ebbe dunque un periodo di dominio durato circa trent’anni, ma quando la città cadde sotto la signoria angioina Montiglio tornò ai signori di Monferrato.
I feudatari locali avevano in ogni modo esercitato il potere diretto, costituendo con passaggi e divisioni un consortile signorile: fecero parte di tale consortile numerose famiglie locali, fra le quali i Malpassuto, i Cocastello, i Meschiavino, i Grisella, i de Braida e soprattutto i Cocconito, titolari del feudo e proprietari del castello fino alla trasmissione di questi ai marchesi Borsarelli di Rifreddo.
Nel 1617 Montiglio fu assediato e vinto dai Savoia e ceduto l’anno successivo al duca di Mantova; nel 1657, nuovamente assediato, venne conquistato dalle truppe francesi.
Soltanto nel 1708 Montiglio fu aggregato allo stato sabaudo.
Attualmente il castello è di proprietà di una società che cura corsi di formazione sulla comunicazione ed è un laboratorio d’arte e cultura.

Colcavagno

L’origine del nome, secondo alcuni studiosi italiani, e in particolare piemontesi, è legata alla voce piemontese-monferrina “cavagna”, ossia “cesto”. Secondo un’altra corrente di pensiero, partendo dalla storia territoriale, “Colcavagno” propone la derivazione dal cognome romano “Cavus“, donde “fundus Cavannus“, divenuto nome personale con le forme “Cavanus/Cavannus/Cavannius” e successivamente “Colcavagno” con il significato di “area/corte del romano Cavannus”.
In effetti molti borghi monferrini derivano il nome dal primo capo-gens o capo-fara che scelse la propria abitazione in un determinato luogo, romano (I sec. a.C.) o germanico (sec. V-VII d.C.) che fosse. Un documento del 6 dicembre 1003 riporta che Gualfredo del fu Arimondo vendette una terra presso Scandeluzza situata vicino al castello detto “Corte Cavani”.
Colcavagno fu dapprima dominato dalla chiesa di Vercelli, quindi, nel 1164, Federico Barbarossa riconobbe il territorio al marchese Guglielmo il Vecchio di Monferrato.
Enrico di Cocconito nel 1224 fu il primo signore di Colcavagno e fece ricostruire il castello, trasformato in dimora signorile dal conte Alfredo Balbiano nel 1680.
Attualmente il maniero è di proprietà dell’”Opera Pia Cottolengo”.

Scandeluzza e Rinco

Il comune di Rinco fu soppresso nel 1916 e unito a quello di Scandeluzza. Due sono i toponimi che indicano la località, Rinco e Castel Cebro: “Rinco” deriva dal germanico “Redinco” e “Castel Cebro” dal latino “Caprius“, tuttavia il nome germanico soppiantò quello romano.
Le prime carte medievali di Rinco risalgono al 981 con la presenza dei signori di Rinco di stirpe germanica.
Nel 1164 Federico Barbarossa riconobbe Rinco come facente parte del dominio del marchese Guglielmo il Vecchio di Monferrato.
Il castello-palazzo seicentesco fu costruito nel 1640 dal capitano dell’esercito monferrino Giovanni Domenico Mazzola, che divenne il primo conte di Rinco. L’ultimo conte fu il generale Cesare Lomaglio che, non avendo discendenza, adottò un suo parente stretto lasciandogli la sua fortuna, ma non ebbe mano felice.
Attualmente il castello appartiene ad una società che ne ha ricavato 18 appartamenti ristrutturati e destinati a casa-vacanze.

Per quanto riguarda Scandeluzza invece, il toponimo dalla fine del XIII secolo si attesta come “Scandelucia” o “Scandelutia” e deriva dalla coltivazione della leguminosa “scandella” o “scandula“.
L’origine del nome non trova corrispondenza nei documenti medievali, che riportano “Scandeluciana“, come appare dalle carte più antiche della chiesa di Asti datate dal 988 al 1003.
Dal secolo XII al 1789 furono ben 59 i feudatari succedutisi nella giurisdizione di Scandeluzza, legati al marchesato del Monferrato e ai signori di Montiglio.
Il castello fu costruito nel 1304 per volere dei signori di Montiglio e dei marchesi di Monferrato, ai quali Scandeluzza appartenne fino all’avvento dei Savoia (XVII secolo).

Nel visitare il centro storico, prima di intraprendere il percorso “Tracce Di Storia”, desideriamo raccontare alcune informazioni curiose.

Il Trabucco. Sul lato sinistro della Chiesa Parrocchiale, dedicata alla Madonna della Pace, si nota una targa indicante la misura del  Trabucco tra le due croci, pari a 3,10 metri. La sua posizione e le modalità con cui è indicata dava un senso di sacro e pertanto di fiducia. Probabilmente questa misura veniva riportata su una canna e serviva a misurare secondo le necessità.

La torre del castello. Nel Medioevo sulla torre del castello vegliava mensilmente un uomo salariato, detto turrius, a cui spettava il compito di avvistare chi si avvicinava. A fine ‘700, probabilmente per volere di Napoleone, per evitare le problematiche date a questo lavoro dalle frequenti nebbie, fu posizionato sulla torre un telegrafo per le comunicazioni a distanza, inventato da Claude Chappe.

Nell’area del castello si trova spesso anche una costruzione separata dalla struttura principale: è la cosiddetta “Casa Mariana”. Nel Medioevo era la “Casa della Ragione”, con annesse le prigioni dove si celebravano i processi.

Nel Medioevo era consuetudine che la giustizia fosse affidata ad un personaggio non legato al territorio e pertanto imparziale nel gestirla: il Podestà (che solitamente deteneva anche il ruolo di responsabile militare).

Leggere libri di storia non è l’unico modo per saperne di più sul passato di Montiglio Monferrato, come ci insegnano gli storyteller. Eccoci dunque a proporvi dei “percorsi” originali attraverso cui scoprire tante informazioni particolari.

Nel centro storico di Montiglio Monferrato, presso il Comune, un ambiente confortevole e personale accoglie gli sposi con sorriso di buon auspicio.

Per informazioni:
Comune di Montiglio Monferrato
Piazza Umberto I, 1 – 14026 Montiglio Monferrato (AT)
Sito web: www.comune.montigliomonferrato.at.it
E-mail: montigliomonferrato@tin.it
Tel.: +39 0141 994667

In alternativa si può optare, oltre che per la parrocchiale, anche per la Pieve di San Lorenzo (vedi link)

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