Percorso storico “Tracce di Storia”

Per la ricerca minuziosa e la cura dei testi si ringrazia lo storico Giorgio Macchia, montigliese di adozione.

Un percorso storico che parte dal castello (1300) e giunge alla chiesa di San Lorenzo (1180)

Mappa tracce di storia

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Convento di San Sebastiano

Fondato il 3 gennaio 1498, con rogito del notaio Antonius Baietto alias Piglia di Scandeluzza, condotto dai RR. PP. Servi di Maria, chiamati anche Serviti.
Il convento disponeva di una chiesa con il titulo di San Sebastiano, che aveva anche funzione cimiteriale. Venne soppresso nel 1798 dal governo Sabaudo per incamerarne i beni. La maggior parte di essi fu venduta in seguito dal governo francese, nel 1803-1804, e acquistata in buona parte dal “cittadino” marchese Gio. Amedeo Coconito ed altri “particolari” di Montiglio.

 

Casa della Comunità (2 febbraio 1629)

Breve cronistoria della nascita del Consiglio Comunale di Montiglio
6 aprile 1628 – Montiglio venne occupata dalle truppe Savoiarde (seconda guerra per la successione del Monferrato).
26 luglio 1628 – Gio. Tomaso Maggiore, delegato per il Duca di Savoia, ordinò a tutti gli abitanti di Montiglio di congregarsi all’indomani alle hore diece davanti la casa dove si tiene la banca della ragione per il giuramento di fedeltà al Duca di Savoia.
27 luglio 1628 – Si congregarono 136 capi di casa, che «…a capo scoperto et poste le genochia a terra avanti d.o Sig. Delleg. sedente sopra una cadrega et tenente avanti se il libro dei Santi Evangeli … promettono a D.a Alt.a Ser.ma Ill.ma Carlo Emanuel primo…».
27 luglio 1628 – Fatte firmare ai Consignori di Montiglio le dichiarazioni di Jurium Cessio, per i relativi particolari vincolati da giuramento nei loro confronti, nello stesso giorno si scelsero quindici persone notabili (note) che nella casa del nod.ro Carlo Giuseppe Ferrando formarono il primo consiglio comunale di Montiglio composto dagli uomini di Montiglio. Tra le prime delibere: «…come cosi cadun di luoro ha giurato et giura … con tal dichiarazione però che dati li tempi di guerra come sono li presenti li sud .ti off. li cioè Consuli et Sindico debbano mutarsi di mese in mese attesi li grandi affari che vi sono et cessata la guerra d.ti off.li si mutaranno di sei in sei mesi cioè a Natale et alla festa di S. Gio. Batta ogni anno. Di più li pred.ti Consoli, Sindico, Consiglieri hanno eletto per messo di questo luogho Giacomo Motta col sallario di scudi dieci a fiorini nove l’uno per ogni anno, e di più un paia di scarpe ogni anno, più hanno deputato il sod.to Giacomo Motta per sotteradore col sallario solito di scudi 6 l’anno. Et perche ora fa bisogna imponere una taglia per pagamento del tasso anticipato, cioè per quatro annate…» (Arch. Comunale di Montiglio – Fondo Antico, fascicolo 43.1).
Dal libro degli ordinati della prima convocazione, del 2 febbraio 1629, nella casa della Comunità: «L’anno del Signore Mille seicento vinti nove giorno di venerdì li doi di febraro in Monteglio et nella Casa del Comune apposta apresso la chiesa nova. Sotto le coerenze di nod. Pietro Bellina, et della casa del Piovano et del fossato del Comune et inanzi il Gio. Dom. Sartore podestà di esso luogho, convocato et congregatto il Consiglio ordinario di Monteglio cittato per Giacomo Motta messo publico è giuratto qua presente et all’infradette cosecosì rifferisce d’ordine di d. S. Podestà et a instanza delli Nobb. mr. Giacomo Novarese Sindico, m. Bertholomeo Berroero, m. Guglielmo Carbonero, Consuli; nel qual Consiglio vi sono intervenuti li sod.ti Nobb.Sindico et Consuli, et m. Millano Carboneri, m. Henrietto Prette, m. Antonio Machia, m. Secondino Allessio, m. Antonio Garello, m. Antonio Granero, m. Gio. Giacomo Pelizaro, m. Gio. Maria Novellone, m. Batta Carbonero, m. Sebastiano Areschone, m. Sebastiano Corzino, m. D.nico Ferrando tutti del Consiglio facenti più delle due parti delle tre…» (Arch. Comunale di Montiglio – Fondo Antico, fascicoli 43.1.3 / 32).
Nobb. Sindico.

 

Castri Montilij (sec. XII)

Origine del Castello La costruzione, dalla datazione incerta tra il 1150-1180 circa, si deve a proprietari di terre del circondario, che in proprio o come amministratori di beni fondiari del vescovo di Vercelli si consorziarono per erigere una fortificazione che desse maggior sicurezza. Inizialmente era un campo fortificato sulla parte più alta della collina, di fronte all’abitato di Montiglio che si trovava tra la Pieve di San Lorenzo e la collina di Roico. Era circondato da un fossato, rialzato all’interno con terrapieni rinforzati da palizzate, graticci e spinate, e aveva una torre in legno, verosimilmente sullo stesso luogo di quella attuale. Successive costruzioni in pietra locale e mattoni sostituirono gradualmente quelle in legno, in una continua trasformazione ancora in essere alla fine del secolo XVIII.

I signori Le più antiche famiglie documentate furono quelle dei Malpaxutus, Cochenito e Alpatatio, che il 5 aprile 1213 fecero aderenza con il Marchese del Monferrato Guglielmo VI. Altre si aggregarono poco dopo e furono le famiglie dei Cocastello, Vaijroli, Mesclavinus, Braijda, Palmerius, Monachus, le quali formarono un consortile signorile, coordinato da un podestà e regolato da statuti risalenti al 1285. Nei primi decenni del Seicento si ebbero altre famiglie infeudate dai Gonzaga per quote di giurisdizione su Montiglio, le principali erano gli Iberti, i Gabioneta ed i Grisella. Con il barone Luigi Borsarelli di Rifreddo, che sposò la marchesa Camilla Coconito, il titolo di marchesi di Montiglio passò a questa famiglia, che si estinse nel 1960 con la morte del marchese Ignazio Borsarelli, ultimo signore di Montiglio.

Il castello L’attuale superficie del castello, a forma di L, è meno della metà dell’originaria ancora esistente nella prima metà del XVIII secolo. Essa aveva forma di chiocciola, circondata da un fossato non necessariamente colmo d’acqua. Dove è situato attualmente il cancello con le siepi, vi era la prima porta del castello detta porta Recto Castri (anteriore), munita di «…unum pontem levatum, cum catenis ferreis, bonum et fortem». Oltre la porta, lungo il vialetto tuttora esistente, si trovavano, anche sul lato sinistro, una serie di edifici i cui i muri esterni avevano la funzione di cinta muraria. Al fondo del vialetto, sull’alto murum trabuchum, si trova la casa del podestà, ricostruita nel 1430, sede del banco juris (banca della ragione, cioè il tribunale, e della prigione). Di fronte vi è la piccola Cappella del castello, esistente già nel 1298-1299 e con il titulo di sancti Andree nel 1348 (ARMO). All’interno vi è un ciclo di affreschi di una bellezza eccezionale per il Piemonte, raffiguranti nove episodi della Passione di Cristo: si presume che siano di scuola lombarda e databili intorno al 1370 (A.M. Brizio, 1933 – Bollettino della Soc. Piemontese di Arch. E Belle Arti).

Platea Furni La casa del podestà, la cappella del castello e il lato ovest formavano la Platea Castri, chiamata anche Platea Furni, dove si trovava la seconda porta Castri, che immetteva nella comune corte dei signori del castello.

La torre del castello Nei turbinosi anni del Trecento e seguenti, «… moravit die et nocte supra turrim unus bonus torrarius, qui vocabit guaytam et scaraguatam [guardia e ronda] ad custodias dicti castri». Nel 1796 venne alzata di un ulteriore piano, con la realizzazione altresì in esso di una spècola (osservatorio astronomico) che successivamente, nei primi decenni dell’Ottocento, fu anche adibita come telegrafo ottico.
Le due terrazze Erette sulla medioevale Platea villa Montilij, ne riducono di molto l’ampiezza primitiva. Fra il 1795-1796 il marchese Gio Giacomo Coconito fece riedificare l’ala della torre, alla cui base si trovavano delle arcate con funzione di scarpa muraria che venivano utilizzate come riparo per il mercato nei tempi piovosi. Essendo il livello della piazza molto irregolare a causa di continui depositi di terra, il 15 luglio 1796 lo stesso marchese propose la sistemazione della stessa. La terra recuperata venne usata per il riempimento delle concavità dei terrazzamenti fino ad eguagliare il suolo della piazza. Poi, generosamente, fece partecipe la comunità di Montiglio di metà della spesa. Sui muri di queste terrazze è notevole la fioritura annuale delle piante di capperi (Capparis spinosa) che avviene, clima permettendo, nel mese di settembre.

 

Platea Villa Montilij

La Casa della Comunità Affacciata sulla piazza vi è la casa dove si tenne, il 2 febbraio 1629, la prima convocazione legale del consiglio della comunità. Il consiglio comunale, formato per la prima volta il 27 luglio 1628 con atto notarile, era composto solo da “particolari” di Montiglio, che, spalleggiati dalle truppe savoiarde che avevano occupato il paese, ignorarono il divieto dei signori di Montiglio di potersi congregare e formare comunità.

La Buria Deve il nome alla buriana (tempesta). Era un piccolo canale che, iniziando dal fossato del castello sulla piazza, scendeva centralmente lungo la via Maestra ancora in terra battuta, con la funzione di raccogliere l’acqua piovana in eccesso per convogliarla nella parte bassa del paese, irrigando i terreni in cui defluiva. Fu nel 1674 causa di liti furiose tra i Meschiavino ed i Cocastello, consignori di Montiglio, per la deviazione arbitraria del suo percorso abituale. Documentata nell’articolo 165 degli statuti di Montiglio nel 1340-1350 circa, «…quod nemo possit straviare Buriam...».

La strada del Trabucco Prende il nome da Trabuchum, l’antico congegno per il lancio di pietre negli assedi, ma anche usato per la difesa. Le mura del castello, nel tratto tra la casa del Podestà ed il barbacane in terra battuta seguente, venivano chiamate murum trabuchum. Al di sopra di questo muro vi era sufficiente spazio, ed è probabile che proprio lì fosse posizionato un trabucco per la difesa. È documentato nelle taglie del 1426 un «…ostium trabuchi», che era la Pusterna (Pusterla), già indicata negli statuti di Montiglio.

La strada Maestra Era chiamata di Cesura la strada che, scendendo dal castello, tagliava longitudinalmente in due Montiglio fino al Marcheto, sempre con tale nome fino al guado sul rio Versa, proseguendo poi per Merusengo, Montiscalvi et Cassalis (Murisengo, Moncalvo e Casale Monferrato). Era in terra battuta, solcata nel mezzo dalla Buria, piccolo canale con funzione di raccolta delle acque in eccesso. Fu poi detta Strada Maestra, quindi Garibaldi, e attualmente ha il nome di via Roma. Lungo di essa si trovano la sede del Comune, la casa adibita a Canonica nel 1919 (avuta in permuta per un’altra casa parrocchiale situata nel castello), la Chiesa Parrocchiale Santa Maria della Pace, la piccola piazzetta dell’Archivio (ove si trova la casa ove dove abitò il Colonnello Giovanni Antonio Belly, ricordato da una una lapide), per arrivare alla ripida curva a esse dove si trovava la semplice Portas Villa Montilij, documentata una sola volta nel 1369. Dava l’accesso alla prima e modesta cinta difensiva creata a partire dal 1306-1310 circa, per la protezione delle case situate fuori dal castello e degli abitanti provenienti dal villaggio, situato precedentemente nei pressi della pieve di San Lorenzo, incendiato dai guelfi astigiani guidati dal Principe Filippo d’Acaja (Guglielmo Ventura – Asti 1250-1325, Memoriale de rebus gestis civium astensium et plurium aliorum). Nei primi decenni del Quattrocento venne costruita, più in basso, la Porta dell’Arca con mura e fossato.

 

Chiesa di Santa Maria della Pace (25 marzo 1580)

Nelle visite pastorali del 1571 e 1577, essendo la chiesa di San Lorenzo ridotta in cattive condizioni, come l’altra chiesa della Smota, fu ordinata la costruzione di una nuova chiesa parrocchiale. Il 18 febbraio 1577, in Montiglio e nella chiesa della Smota (Santa Maria del Giuncheto o della Valle), oggi scomparsa, si congregarono 185 capi di casa di Montiglio e finaggio, i quali con giuramento, si impegnarono nella costruzione della chiesa nuova sub nomine S Marie de la Pace, come da atto notarile, rogato da Jo. Franciscus Bersanus di Montiglio. La costruzione, per carenze finanziarie, residue pestilenze, continuo invio di guastadori alli travagli della fortezza di Casale, ebbe inizio solo il 25 marzo 1580, allora giorno della Annunziata della Madonna. Dopo una processione propiziatoria lungo il perimetro della costruenda chiesa, si pose la prima pietra. La costruzione fu eseguita dagli abitanti del posto, organizzati in squadre chiamate decene e coordinati da un mastro da muro locale. I materiali da costruzione, sabbia, calce, pietre arenarie e legnami, furono tutti procurati sul luogo, lungo il torrente Versa e da altre chiese dismesse. La costruzione della chiesa terminò nel 1612-1613, poiché risultò già profanata nel saccheggio del 28 maggio 1613.

La chiesa Nel corso degli anni numerose furono le ristrutturazioni, le principali nel 1732, nel 1770 con il rialzo del colmo della chiesa, e altre molto più estese tra il 1956 e il 1985 coinvolgenti anche il campanile. L’interno, dalla struttura rettangolare, con l’altare maggiore di marmi intarsiati, è del 1803. Spiccano ai lati quattro grandi tele raffiguranti: La Madonna con San Michele che scaccia il demonio – Santa Orsola con le sue Vergini – Deposizione dalla Croce – San Francesco con la Madonna. Le tele sono opera di Carlo Oratio Sacco (Vergano, 1965, pp. 63-64), presenti nella chiesa già nel 1616. L’antico Organo pneumaticum, esistente dal 1803, fu comperato dalli Padri del Convento della Maddalena di Asti e pagato 600 franchi dalla Confraternita di S. Giovanni Decollato, sostituito nel 1876 con il nuovo organo, della famosa ditta Lingiardi di Pavia, restaurato poi nel 1934 e nel 1961. La tribuna lignea dell’organo proveniva dalla chiesa del soppresso Convento di San Sebastiano. (Don Mandrino, “Montiglio nello spazio, nel tempo e nella storia”, 1989, p. 129).

Il presbiterio Di minore larghezza della chiesa, è rialzato con due scalini rispetto al piano del pavimento. Sul fondo vi è una pala raffigurante la Madonna della Pace e i Santi Lorenzo, Rocco e Francesco Saverio. Ai lati vi sono due lunette affrescate nel 1840 a spese della Compagnia del Rosario. Nel 1910 si costruì, a destra dell’altare maggiore, la cappella dedicata a San Luigi.

La sacrestia Venne aggiunta in seguito e costruita tra il 1723 e 1730.

La facciata Di stile semplice, detto a capanna, nella quale vi è il rosone che venne tamponato nel 1876 per l’installazione dell’organo e ripristinato poi nel 1978; coevo è il portale in pietra dell’ingresso (Arch. Casali dott. Maria Lodovica).

Il campanile L’altezza del campanile è di 36 metri, compresi i 3 metri della croce in ferro. Costruito probabilmente nel 1730, evidenzia bene due elevazioni, la seconda è del 1774, quando si fece la scrittura per le campane. È dei primi decenni dell’Ottocento un progetto con disegno, mai eseguito, che ne prevedeva la copertura con un tetto a forma di cipolla a lastre piombate. Sul lato anteriore è ancora visibile la marcatura dell’antica misura di lunghezza del trabucco di Montiglio (metri 3,1004), poiché ancora decenni dopo l’annessione al Ducato di Savoia del 1708 ogni paese continuava ad avere la propria misura: per esempio, il trabucco di Casale Monferrato era metri 2,9041, quello di Corteranzo di metri 3,2146, mentre quello del Piemonte era di metri 3,0825.

 

Misure antiche

Pur appartenendo al Monferrato quasi ininterrottamente da secoli, Montiglio è sempre stato terra di confine, principalmente con il Ducato di Savoia. Importante centro per la compravendita di prodotti vinicoli, agrari e di bestiame, era prossimo anche a mercati redditizi, quali la città di Asti, e altre località. La vicinanza con le terre del Ducato di Savoia favoriva sfrosi (contrabbandi) di merci,in particolare del vino e del sale. Divenne perciò abituale, ma non facile, l’uso promiscuo di misure e monete sia del Monferrato che del Piemonte. Ai paesani del XVIII secolo, quello detto dei Lumi, poco importava se 800 trabucchi formassero 1 miglio piemontese lungo m 2.466, che il trabucco era pari a m 3,0825, composto da 6 piedi liprando da cm 51,3766, che il piede lprando fosse di 12 once da cm 4,2814,e l’oncia divisibile per 12 punti da mm 3,568, il punto formato da 12 attomi, l’attomo da 12 minuti, il minuto da 12 minori e questi da 12 minimi, e ogni minimo frazionato in 12 semiminimi (Arch. Comunale – Fondo Antico, fasc. 56.3. anno 1787, dal confronto del trabucco del Comune, con quello campione del Regio Misuratore).
«…Diavolerie moderne, cose da Illuministi», pensavano i paesani, ben saldi nelle loro semplici certezze, poiché da secoli le compravendite delle terre avvenivano mediante piedi di tavola, tavole, stari e raramente in moggia. E due trabucchi, di qualsivoglia paese, valevano una pertica che, quadra, formava la tavola, di cui il piede di tavola era un dodicesimo. Dodici tavole valevano uno staio (stara, stario, sextarium) e otto staia formavano un moggio (modio), che “quei di là” (i piemontesi) chiamavano giornata e per farne una delle loro ci volevano 100 tavole, mentre qui da noi, con il moggio, ne bastavano 96. Per non parlare del rubbo di Monferrato da 25 libbre che pesava kg 8,1345, da non confondere con quello del Piemonte, sempre da 25 libbre ma del peso di kg 9,2211. E poi la brenta monferrina che conteneva litri 73,2105, mentre quella del Piemonte era di litri 49,2847, il sacco del Monferrato (per le granaglie) da 8 staia era della capacità di litri 129.3064, mentre quello piemontese da 5 emine era da litri 115,0278. E poi… la tesa, il braccio, il raso, il coppo, la pinta, ecc. ecc.

 

Chiesa di San Rocco

Mentre sappiamo quasi tutto sulla vita di San Rocco, dove nacque, visse, della voglia a forma di croce sul cuore, dove si ammalò, del cane che gli portava il pane per sfamarlo quando era ammalato e si ritirò in una grotta, delle apparizioni degli Angeli che gli annunciarono prima la sua guarigione, e, successivamente la sua morte, mentre era prigioniero a Voghera, nella notte tra il 15 e 16 agosto dell’anno imprecisato tra il 1376 ed il 1379 a seconda dei suoi agiografi, ben poco sappiamo della chiesa a lui titolata. Di questa piccola chiesa non si conosce la data della sua costruzione, che si presume sia avvenuta tra il 1640-1650 come ringraziamento per la fine della pestilenza apparsa in Montiglio il 16 luglio 1630 «… l’istesso giorno morse Giacomina… di contaggio che all’hora incominciava et perche io gli ministravo i sacramenti tutti mi rifiutavano» (Archivio parrocchiale di Montiglio). Già nel settembre del 1764 vi furono capitolati per l’aggiustamento della chiesa, e ancora nel 1924. Sono della metà del Settecento alcune corrispondenze da Roma, riguardanti alcune reliquie da procurare per la chiesa. Il 30 maggio del 1954 vi fu la solenne benedizione delle tre nuove campane. Fu sede dal 1826 della Confraternita di San Giovanni Decollato, la più numerosa e importante e che, a fatica per il poco spazio, precedentemente si congregava nella tribuna dell’organo della chiesa parrocchiale di Santa Maria della Pace (Don Mandrino, “Montiglio nello spazio, nel tempo, nella storia”, 1989, p. 180). Anticamente, «Nel presente luogo di Monteglio vi sono sette Confraternite laicali, cioè S. Gio. Decolato, SS mo Sagramento, Concezione, Sufragio, Agonizanti, SSmo Rosario, e sette Dollori, le cinque prime errette nella chiesa Parrocchiale, et le due ultime nel Convento de RR. PP. de Servi di M.a» (Archivio Comunale di Montiglio-Fondo Antico, fasc. 60.11).

 

L’Assalto

Una donna coraggiosa
La relazione sulla presa di Montiglio del 28 maggio 1613, confrontata con le dichiarazioni dei danni subiti dai particolari del luogo, ha permesso di dare un nome alla donna qui descritta, non avendo potuto il curato in quei frangenti scrivere la lista dei defunti.
Nella terza parte della guerra di Monferrato descritta da Virginio Pagani del Mondovì luogotenente et Sargente Maggiore della cittadella di Torino, mossa dal Ser.mo Duca di Savoia Carlo Emanuel primo dell’anno 1613 alle pag. 90 si trova il seguente cappo. «Andò dunque immediatame.mo Odon Roero con 1000 fanti e circa 200 cavalli a riporsi dentro Moncalvo nel qual attese a rimettere la fortificazione, et migliorarla. Et intendendo che il Cavagliere di Rivara fosse con mille huomini ad assediare il Castello di Gabiano, ordinò il Duca al Conte Guido Aldobrandino San Giorgio, che coi Savoiardi, i quali potevano essere al numero di 500, giontandosi con quel più numero del presidio di Moncalvo, che gli paresse fosse a soccorrerlo, et dall’altra parte, essendosi tra i luoghi solevati posto in armi, et fortificatosi di gente quel di Monteglio, il quale per popolazione et posto di una collina eminente era di qualche consideratione, commando al Colonello Taffino che con la sua fantaria, et al Permenuto con alcune compagnie de Cavalli fossero che a ripigliare quel luogo et gli diede Pietro Garetto Sig. di Ferrere, e me Vigilio (sic) Pagani per condurgli, quello er esser informato dei camini, et il Pagani per esercitare il suo ufficio di Tenente di Sergente maggiore generale. Distribuite donque da lui le Fanterie in tre parti cioè la prima con la persona del Colonello, et il Capitano La Gerba da un lato, dall’altra il Capitano Vacca et il Capitano Arbaudi, et alla terza il Capitano Paolini Napolitano, dato con impeto l’assalto al luogo entrarono facendo (come si suole in simili casi) molta uccisione con fuga de nemici non ostante convenisse passare per quattro loro trincieramenti, i quali in alcuni luoghi fu forza di ritardare per aprirgli, siche potesse entrare la Cavalleria. conduttivi dunque alla Piazza sempre con qualche resistenza loro, et tra gli altri d’una donna, che virilmente con le armi alla mano offendeva i nostri, non si potè ovviare qualche danno, et uccisione, in che non incorsero quei del Castello, perche considerando con prudenza di non potersi difendere, si arresero tutti spontaneam. , et ne furono perciò non maltrattati, sicome v’era ancor ordine di fare coi Terrazani se non si fossero opposti, et non ci havessero necessitati ad offendergli» (Manoscritto della presa di Montiglio del 28 maggio 1613. Archivio Comunale di Montiglio – Fondo Antico 28-3). Gio. Giacomo Saletta dichiara «Una bestia assenina scudi diece piu un letto tornito sei lenzoli et altri mobili di casa cun una bronza un bronzino et badile piu hano amazato Alasina sua sorella di una archibugiata in la testa et era figliola da marito».

 

Contrada delle Donne

Erano denominate contrate (contrade) le case edificate poco al di fuori della cinta difensiva. Il nome Contrata delle Donne è riferito alle religiose, monache, le quali probabilmente trovarono asilo temporaneo in Montiglio, negli anni che vanno tra il 1640 e il 1660, a causa delle continue profanazioni, saccheggi e violenze subiti da chiese e monasteri del Monferrato. «…Non perdonando alli monasteri
delle monache…», «…né tampoco alle monache del monastero di clausura…» (Gioanni Domenico Bremio, “Cronaca Monferrina 1613-1661”, pp. 183-360, Alessandria).

 

Porta dell’Arca

Qui si trovava la Porta dell’Arca, chiamata anche dell’Arco, documentata dal 1418. Con ponte e fossato antistante, era l’unica porta della Villa Montilij, oltre al passaggio pedonale della Pusterna o Pusterla chiamato anche ostium trabuchi, e delle due porte del castello: la prima, quella anteriore, detta Porta Recto Castri, la seconda, che chiudeva il nucleo centrale del castello, Porta Castri. Parte dei resti della porta sono ancora visibili, alle spalle, seppure inglobati in un residuo muro della cinta medioevale, ma che si trovano su una proprietà privata. Fino alla seconda metà del Settecento nei libri del catasto le case che l’attorniavano venivano individuate come La Contrata dell’Arco.

 

Il saccheggio di Montiglio del 28 maggio 1613

Durante le guerre per la successione del Monferrato (1613 -1628) Montiglio fu occupato per tre volte dalle truppe del Duca di Savoia, Carlo Emanuele I: nel 1613, dal 29 maggio al 26 giugno; nel 1617, dal 31 marzo al 5 aprile 1618; nel 1628, dal 6 aprile alla fine dello stesso anno. Feroci e sanguinose furono in particolare le prime due occupazioni militari. Dalle dichiarazioni fatte il 12 luglio 1613 al notaio Gullielmo Bersanus, dei danni subiti da 130 capi di casa Montiglio e 109 cassineri nel luttuoso saccheggio del 28 maggio 1613: «Zanone Voijaccio dice che li hano amazato Battista suo figliolo giovine di trenta sei anni qual a lasiato quatro figliole piciole qual era verito di sette archebugiate et si dice pubblicamente che fu amazato nella strada a preso la propia perche non volse mai cridare Savoija ma sempre Monferrato, piu pecore sette che li ha tolto, piu un mantello di panno, una caudera granda, camisse tre, un mantile, coletti da dona, due calse di panno di d. Batta, venti otto in denari, le vesti di Domenico suo figliolo et altre cose con doi archebugi».

 

Burgà dij Rat ex Contrata dell’Arco

La contrada si formò verso la metà del Cinquecento circa, si trovava al di fuori della Porta dell’Arco, da cui prendeva il nome, è la sottostante Contrata del Marcheto o del Pomo Granato. L’origine del singolare nome, nulla ha da vedere con i ratti: poiché la contrata dell’Arco era un po’ discosta dalle altre, venne chiamata Borghetto, che nel tempo e nella parlata locale si trasformò in Burghet, Burgaret, Burgarat, Burgà (dij) Rat.

 

Plateola Puteo de Villa

In questa piazzetta, chiamata un tempo «Pozzo della Villa», è ancora visibile il pozzo pubblico medioevale già menzionato negli statuti di Montiglio (1285-1451). (Statuti di Montiglio, art. 141 “De Puteo et Fonti”).
Non era l’unico pozzo della Villa di Montiglio, ma degli altri si sono perse le tracce e questo era il più generoso d’acqua, poiché, essendo situato nella parte più bassa del paese, meglio sfruttava la falda freatica. Il castello disponeva di numerose e ampie cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, attualmente ancora esistenti.

 

Contrata del Marcheto o del Pomo Granato

La “Contrata del Marcheto, sive [per meglio dire], Pomo Granato”, era un’altra antica area mercatale di Montiglio, documentata nel 1372 con il nome di Marchadillo. Al di fuori delle mura, si estendeva sulle attuali piazza San Rocco e piazza Regina Margherita. Le due piazze ancora alla fine dell’Ottocento formavano un’unica piazza chiamata San Rocco, per la chiesa esistente. Vi era, sulla sinistra della chiesa (guardando l’ingresso), ma un po’ discosta, un grande fontanile che serviva ad abbeverare gli animali o per mettere la canapa a bagno. Vi erano in Montiglio due mercati che si tenevano al lunedì, quello del bestiame in uno spazio apposito posto fuori della porta anteriore del castello al fondo della strada del Trabucco e il convento di San Sebastiano, l’altro nella piazzetta antistante il castello e nelle vie confinanti. Statuti Montiglio, art. 276 «…quod mercatum celebretur in ipso loco die lune cuius libet ebdomade in locis ordinatis silicet, mercato bestiarum bovina rum extra portam de retro (sic) castrum in spacicio (sic) ibi posito. Et mercatum aliarum rerum in platea ville Montilij et vijs coherentibus ipsi platea».

 

Pieve romanica di San Lorenzo (secoli X-XI-XII)

Era l’antica Plebs Montilij, appartenente alla diocesi di Vercelli fino al 1474, quindi alla nuova diocesi di Casale Monferrato. Le pievi formavano, con altre chiese a esse sottoposte, un distretto ecclesiastico, ma solo la pieve possedeva il fonte battesimale. Dai registri delle decime della diocesi di Vercelli del 1298-1299 (ARMO 2) si evidenziano le chiese appartenenti al suo plebanato: Plebs de Montilio; Capella de Castro montibus; Ecclesia de Albinengo, oggi Albarengo; Ecclesia de curte Johannis, oggi Corziagno; Ecclesia de curte Ponzani, oggi San Giorgio; Ecclesia de curte Ranchi, oggi Corteranzo; Ecclesia de Ringo, oggi Rinco; Ecclesia de villa Curta vagni e Capella de Cartavagni (sic), oggi Colcavagno; Ecclesia sancti Gaudencij, oggi Roico; Ecclesia di Tacevario, o corte Anario in altro elenco, oggi Cortanieto; Ecclesia Sancte Marie de Zonchero (giuncheto), oggi Molino Madonna, Ecclesia de Chazia, oggi Santo Stefano di Scandeluzza; Ecclesia de Mozosonogo, o Monzesengo, in altro elenco, località non rintracciata. Si noti che quasi tutte le località nominate sono precedute dalla parola curte (curtis, curtes). Con tale nome nei secoli VIII-XI si indicava una unità produttiva rurale autosufficiente, composta di una pars domenica, gestita direttamente dal proprietario, e una pars massaricia, gestita da coloni. Alcune erano l’ulteriore trasformazione di antiche ville romane atte alle produzioni vinicole e agrarie. Molte curtis divennero in seguito pagi, villaggi, città. Talora, nel tempo, proprietari di più curtis divennero signori fondiari, signori rurali (dominatus loci) o signori di banno. Il ritrovamento nei dintorni della pieve di reperti romani ha fatto supporre che la pieve fosse stata edificata sui resti di un tempio romano, essendo anche prossima al luogo dove sorgeva la mitica città romana di Marcellina poco oltre Banengo. La pieve trovò in disaccordo vari esperti sulla sua fondazione: è citata nel secolo X (Ferraris, 1938, p. 92), l’ing. Mella Edoardo ipotizzò il secolo XI ma già rimaneggiata nel secolo XII, studi più recenti, eseguiti da Fissore-Solaro, dicono nel 1070-1100, mentre Casartelli-Novelli opta per il 1140.

Costruzione Inizialmente costruita a tre navate con tre absidi, la navata centrale è rialzata, larga il doppio delle due laterali, di pianta rettangolare a forma di croce latina, con l’abside orientato a levante. Si ipotizza per le navate laterali la riduzione della larghezza, già nel secolo XII, dovuta a probabili smottamenti del terreno e la relativa trasformazione in sei cappelle a pianta semiesagonale e due a pianta rettangolare. Sul muro perimetrale vi sono sei monofore, altre due sono nell’abside costruito a fasce alterne di arenaria e mattoni. Sul lato sud, al di sotto del colmo del tetto, vi è l’elegante cornice ad archetti pensili intrecciati e confluenti su peducci decorati con simboli, quali palma, nodo di Salomone, giglio e altri, il tutto sormontato da altra cornice decorata a palmette (il lato a nord non presenta la medesima ricchezza di particolari). Il coronamento dell’abside è a fasce di mattoni e arenaria con losanghe del medesimo materiale terminante in alto con una cornice a billettes e la parte bassa poggiante su teste diversamente scolpite.

Ricostruzioni della pieve Numerose nel tempo, già nel 1571 risultava quasi abbandonata, poiché nel 1577 si decise di costruire la nuova chiesa parrocchiale. Nel 1656 si rifece il tetto, ancora altre riparazioni nel 1703, 1740 e nel 1783. Si progettò la formazione del nuovo cimiterio nel 1784. Sotto la guida del mastro da muro Gio. Avanzino nel 1788-1796 si smantellarono le vecchie capriate, si rifece la volta a botte con mattoni, le navate laterali furono trasformate in sei cappelle a pianta semiesagonale e dove erano le absidi laterali furono ricavate due vani a pianta rettangolare. La facciata venne rifatta in stile neoclassico nel 1830 e ancora modificata tra il 1955-1959 con lo stile detto a capanna.
L’interno All’interno sono ancora visibili sei semicolonne appoggiate a pilastri, due inglobate in parte nel muro interno d’entrata, altre due nel muro interno dell’abside, tre sono nella navata sinistra e tre in quella di destra, sfortunatamente però servite in parte come base d’ancoraggio per il muro delle cappelle interne. I capitelli in pietra scolpita di buona esecuzione sono ricchi di figure simboliche conosciute o riscoperte nel 2010 quali angeli cherubini, croci templari, fiori dell’Apocalisse, rose mystiche oltre alle già note figure delle foglie dell’acanto, sirene bifide, pigiatori d’uva, la manticora, aquile, l’Agnus Dei e teste di piccoli mostri o dell’uroboros scolpito sull’architrave della seconda monofora del lato nord. Curiosamente i pilastri del lato sinistro hanno base circolare, mentre per quelli di destra la base è rettangolare. Le sculture dei capitelli sono opera delle stesse maestranze che lavorarono a Santa Fede di Cavagnolo.

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