Le chiese romaniche

Montiglio Monferrato è un paese ricco di chiese di architettura romanica, risalenti al medioevo. La pieve, chiesa capofila affidata dal vescovo a uno o più titolari, all’inizio era chiamata “Domus Plebis Domini“, ossia “casa del popolo di Dio”, per distinguerla dalla chiesa di città; nel corso del tempo il nome si ridusse a due parole, “Chiesa plebana“, poi divenne definitivamente “pieve”.  Nelle pievi, che venivano gestite dal piovano o pievano (termini cui oggi corrispondono cognomi alquanto diffusi in zona), si inaugurò la prima anagrafe dei battezzati, seguita dall’anagrafe dei matrimoni e dei morti. La pratica antica di seppellire i morti nelle pievi fu abrogata solo nel 1804 con l’editto napoleonico di Saint Cloud. Altre chiese romaniche facevano da contorno alle pievi: si trattava degli oratori e dei priorati, non autorizzati ad impartire il battesimo.

 

Chiesa di San Lorenzo

Accessibilità
Analisi simbolica
Esame delle epigrafi
Matrimoni
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Le notizie qui riportate derivano dagli studi sulla chiesa effettuati nel corso degli anni dai visitatori “eruditi”: le informazioni sono state elaborate, ampliate, confrontate ed offerte ai lettori e ai visitatori.
Negli otto secoli che hanno seguito la costruzione/dedicazione a San Lorenzo sono stati scritti libri, opuscoli, pagine, si sono tenute conferenze sul romanico astigiano, ma tutto per induzione, in quanto nessuno scritto/disegno è stato lasciato da parte degli artigiani costruttori. In effetti gli artigiani di allora si dividevano i compiti, alcuni si occupavano dell’abside, altri della struttura e altri ancora dei fregi, tuttavia non era loro permesso lasciare scritti e disegni, forse neanche di interagire, probabilmente per evitare di tradire ognuno la propria arte.Non importava il nome dell’artigiano era la mano di Dio che lo guidava.

I principi costruttivi

Gli antichi artigiani rispecchiavano nel costruire edifici la comune convinzione che per l’uomo fosse impossibile raggiungere la perfezione di Dio e che la simmetria fosse diabolica (basta pensare che ancora oggi si considera il numero 6 come simbolo del diavolo, in quanto simmetrico al 9).Questa credenza deriva dalla facoltà attribuita al dio pagano Giano, detto bifronte, di conoscere il passato e il futuro, facoltà riservata a Dio. La chiesa di San Lorenzo fu edificata tenendo conto anche di questi principi. Entrando, non molti si accorgono che sulla sinistra i basamenti e le colonne sono tondi mentre a destra sono squadrati o che le monofore sono tutte di misura diversa… ciò che, insomma, può essere definito “l’armonia della diversità”. Persino i capitelli differiscono l’uno dall’altro, ma per un altro motivo: all’epoca pochi sapevano leggere e scrivere, pertanto gli artisti affidarono alle figure inserite nei capitelli il compito di parlare al cuore del penitente, creando così un percorso penitenziale sino all’altare. In alcune chiese romaniche sulla facciata si notano delle figure orgiastiche, a significare che con l’ingresso nel luogo sacro si sarebbe dovuto abbandonare quel tipo di vita. Curiosa è la figura che appare sulla prima colonna di destra: un diavoletto che si morde la coda dalla rabbia.

Diavoletto che si morde la coda

Gli studiosi antichi non erano specializzati in una sola disciplina, erano nel contempo fisici, chimici, biologi, astronomi ecc. e tutti appassionati amanti della natura e dei suoi misteri; essi cercavano principalmente una formula matematica che rappresentasse l’armonia della natura, in modo da poterla imitare nelle loro opere. Venne il tempo in cui il matematico Leonardo Fibonacci (filius Bonacci) scoprì la serie numerica detta appunto “di Fibonacci”, secondo cui ogni numero è la somma dei due precedenti e se questo numero viene diviso per il più piccolo il risultato è pari a 1,618 e così via.
Leonardo Fibonacci nacque a Pisa verso il 1170. Suo padre era un mercante e volle dare un’istruzione al figlio, affinché si impratichisse nei calcoli. Leonardo viaggiò molto nel Medio Oriente, affascinato dalla tradizione matematica di quei popoli.
Il numero 1,618, detto “aureo”, ha delle particolarità uniche:
– elevandolo al quadrato conserva le stesse cifre decimali (2,618);
– aggiungendo 1 si ottiene il suo quadrato (2,618);
– sottraendo 1 si ottiene il suo inverso (0,618).
Se si passa alla geometria, questo numero aureo genera il rettangolo aureo, con i lati pari a 1 e 1,618: con queste proporzioni sono stati costruiti i templi greci e romani, statue e anche le piramidi di Cheope e Chefren. Volendo applicare la serie numerica di Fibonacci in natura, si può osservare, ad esempio, il girasole: il numero dei petali dei suoi semicerchi destrorsi e sinistrorsi fa parte della serie numerica di Fibonacci. Sempre in geometria, e precisamente in un rettangolo, si divide il segmento più lungo per tre e di conseguenza, con due parti divise per la terza e così via, si ottiene una proporzione denominata “sezione aurea”: la chiesa fu costruita secondo questo principio.

Esterno della chiesa dal lato sud/sud-est      Interno della chiesa: navata

La posizione

La chiesa è orientata da est (abside) ad ovest (ingresso): tale orientamento permette l’illuminazione ed il riscaldamento uniforme tutto l’anno e, nel senso strettamente religioso, significa che l’origine della Cristianità è da oriente (Gerusalemme); il sud è considerato il lato della vita ed il nord il lato della morte (in origine l’ossario era infatti posto a nord).
Una curiosità, verificata puntualmente nel comportamento degli ormai oltre 20.000 visitatori, è data dal fatto che le persone, uscendo dalla pieve, voltano a sinistra (verso il lato della vita) oppure vanno dritte verso il sole, quasi mai voltano a destra verso nord (il lato della morte): provate anche voi! L’uomo d’istinto cerca il sole, fonte di vita, è nel suo DNA.

L’epoca

Da un documento della Diocesi di Vercelli del 1180 risulta che la chiesa fu dedicata al culto di San Lorenzo. Fu il vescovo di Milano, San Massimino, ad introdurre il culto di San Lorenzo, primo diacono martire della chiesa di Roma, mentre San Sebastiano fu il primo diacono martire della Chiesa d’Oriente.

Il materiale

La pietra con cui fu realizzato l’edificio, oltre al cotto, è la pietra “da Cantoni”, che, morfologicamente parlando, è una roccia arenaria, visto che milioni di anni fa in quest’area esisteva il mare. Questo materiale spesso è chiamato anche “tufo”, termine con il quale si indicano in genere le rocce di origine sedimentaria; nella nostra zona il tufo si allaccia al “tartufo, prezioso tubero locale” nello slogan “Tufo e Tartufo“. Questa pietra appena estratta dalla cava è morbida e di facile lavorazione, solo successivamente, a contatto con l’aria, si indurisce; una casa di Montiglio, situata alla stazione e lungo la ferrovia, è stata costruita con tale materiale dopo averlo lavorato. Recenti studi portano a credere che alcune pietre componenti la struttura della chiesa siano d’origine calcarea e fossilifera, data l’individuazione di cave.

L’aspetto

In origine la chiesa era composta da una navata centrale e da due laterali; nel corso dei secoli il soffitto a capriata crollò e intorno al 1850 la chiesa fu restaurata con un soffitto a botte. Questo intervento, di peso maggiore, mise in pericolo la stabilità delle colonne e fu quindi necessario chiudere le due navate laterali, ricavando lateralmente delle celle semi-esagonali a sostegno. Nel contempo fu posto all’esterno un pronao, un colonnato, che venne eliminato nel 1953.

I capitelli

I capitelli in stile corinzio sono di scuola francese e i temi richiamano l’agreste, il pagano e, per simbologia, la cristianità.

Capitello con foglie d'acanto

L’ambiente

Il territorio, in prevalenza boschivo e selvaggio, era abitato da popolazioni di origine celtica e pagana. Il vescovo di Piacenza attorno all’anno Mille inviò i propri monaci, che per cristianizzare le popolazioni e per formare le prime comunità iniziarono ad insegnare l’agricoltura: probabilmente quest’iniziativa creò la base agricola e la costruzione delle numerose chiese romaniche dell’Astigiano.

Curiosità

Interno

  • È una pietra tombale risalente al periodo 568-571, epoca in cui i Longobardi invasero l’Italia insieme ad un gruppo di Sassoni; la dicitura sulla pietra riporta questo testo:
    “SAHSMAR (H)IC QUI(E)SI(T) IN (PACEM)”, che significa “Sahsmar qui riposa in pace”; Sahsmar è un cognome di certa origine Sassone. Un’altra interpretazione può essere “SAHS (sassone) MAR (Marte dio della guerra)”, “il guerriero sassone qui giace in pace”; questa scoperta ed interpretazione si deve al professor Olimpio Musso di Siena.
  • Questi due personaggi danno luogo a tre differenti interpretazioni: potrebbero rappresentare Adamo ed Eva dopo il peccato originale, avvolti nelle spire del peccato, oppure due fauni dei boschi, oppure ancora due vignaioli che pigiano l’uva.

Capitello con pigiatori d'uva

  • Vi sono due nicchie dove il piovano riponeva gli strumenti del suo ministero ed un piccolo lavandino da cui defluiva l’acqua con cui si era lavato le mani durante la sacra funzione in segno di purificazione; l’acqua defluiva verso le fondamenta per significare che il bene schiaccia il male.

Nicchie absidali

  • Le due sirene bifide, attrazione pericolosa, significano che la donna era considerata una distrazione per l’uomo verso la visione di Cristo (ed oggi si dice continuino a distrarre l’uomo); interessante è l’intreccio del Fiore dell’Apocalisse, ove si nota la figura del numero 8 come simbolo dell’infinito: in matematica questo è riportato in orizzontale.

Capitello con sirene bifide

  • Sulla monofora centrale situata sul lato opposto si trova il simbolo celtico dell’urofago, serpente che si mangia la coda, per indicare la continuità tra la vita e la morte. I Celti accettavano debiti pagabili dopo la morte e, ai nostri giorni, quando si ha un mutuo si stipula anche una assicurazione sulla vita.

Monofora con serpente uroboro

  • Queste figure di animali, poste sui capitelli, erano probabilmente in origine sistemate sulla facciata della chiesa e raffigurano il bene ed il male tramite l’agnello e la “manticora”, antica parola di origine persiana che significa “mangiatrice di uomini”. Alla manticora, corpo di leonessa e volto di donna, si attribuiva un’intelligenza pari all’uomo, ma contro l’uomo stesso.

      Capitello con agnello    Capitello con manticora

Se si esamina la fattura rispetto ai fregi, capitelli, l’agnello, la manticora unitamente al telamone qui sotto riprodotto, si nota che questi devono avere una datazione più antica, l’arte rozza che li distingue ci porta a credere in questa ipotesi. In effetti, prima che fosse costruita la chiesa, esisteva qui un tempio dedicato al dio Mercurio (sul lato destro della facciata si può notare un architrave appartenuto al tempio), che andò via via degradandosi per l’abbandono dei pagani spinti verso Roma dagli invasori celti. Con la cristianizzazione dei luoghi il tempio fu utilizzato dai primi cristiani, che aggiunsero molto probabilmente l’agnello, la manticora e il telamone come simboli della loro fede.

Telamone

Esterno

  • Nella parte superiore dell’abside si notano dei volti che il tempo ha addolcito: essi rappresentano dei mostri utilizzati per tenere lontani gli spiriti maligni. Tra loro c’è la conchiglia del pellegrino. Nel medioevo i nobili, approfittando della loro posizione, si concedevano delle libertà nei confronti del popolo ed erano di continuo richiamati dalla chiesa sull’esistenza dell’inferno. Giunti ad una certa età, e con i primi acciacchi,  accettavano di pentirsi della vita dissoluta, quindi, solitamente, veniva loro chiesto di effettuare un pellegrinaggio. Si vestivano con un saio, sandali, un bastone con una cordicella e legata una conchiglia per bere, ma venivano forniti di una bolla vescovile in forza della quale potevano alloggiare e rifocillarsi nelle locande a titolo gratuito. Il locandiere non subiva perdite, perché quando si spargeva la notizia della presenza di un pellegrino gli abitanti accorrevano sia per l’aurea di santità del pellegrino sia per sentire le ultime notizie che riportava, così… il locandiere incassava. Occorre ricordare, in tale frangente, le chiese romaniche circondate da un muro di protezione, dove i pellegrini potevano sostare per la notte.

Abside dall'esterno: volti e conchiglia

  • Il serpente per il cristiano è il simbolo del diavolo, del male, colui che ha causato la cacciata dal paradiso terrestre, ma nella tradizione orientale il serpente è il simbolo del potere, dell’energia, della fecondità (il faraone sul capo aveva il simbolo del cobra). Ebbene, proprio al lato sud, sulla monofora centrale, è possibile distinguere la testa del cobra.

Decorazione con serpente

Si richiama l’attenzione sulla ricchezza del fregio superiore lungo il lato sud rispetto al lato nord, più povero, questo probabilmente perché il popolo si fermava più volentieri al lato sud, il lato della vita.

Oggi, se desideriamo fare un intervento edilizio, dobbiamo presentare parecchi incartamenti, che aumentano se richiediamo il rimborso allo Stato. In passato, invece, gli accordi si siglavano con una stretta di mano e, se si voleva dare sacralità all’accordo, alla fine dei lavori si imprimeva una croce romana sulla pietra, come da foto.

 

Altre chiese romaniche

Cappella di Sant’Andrea

La cappella di Sant’Andrea si trova nell’area del castello di Montiglio Monferrato e racchiude il maggior ciclo di affreschi trecenteschi di tutto il Piemonte. Non si conosce la data precisa di costruzione di questo edificio, né degli affreschi, anche se un documento del 1349 attesta già l’esistenza della cappella.
La muratura esterna della parte inferiore della facciata, a larghi conci, costituirebbe la base romanica della chiesa. Di semplice impianto architettonico, la cappella era un tempo collegata al castello, come lascia intuire l’arcata affrescata che attualmente forma la cornice della vetrata laterale. L’ingresso originario della chiesa doveva proprio essere rivolto verso il castello, mentre la porta utilizzata oggi e la finestra che le era stata sovrapposta furono aperte in epoca decisamente successiva, tagliando irreparabilmente il ciclo di affreschi.
All’interno gli affreschi si susseguono in un andamento “a nastro continuo”, su due ordini e rappresentano l’intera vita di Cristo: nell’ordine superiore l’Annunciazione e la Natività, quindi l’Adorazione dei Magi, un decoro a troumpeau (…), la strage degli innocenti, la fuga in Egitto, infine Gesù che insegna nel Tempio; nel secondo ordine: la Domenica delle Palme, l’Ultima Cena, il Tradimento di Giuda (…), il Processo, la Salita al Calvario, la Crocifissione, la Deposizione e la scena del “Noli me tangere” con il bellissimo profilo della Maddalena.

Affreschi della cappella di Sant'Andrea

 

 

 

 

 

 

 

Una rappresentazione estremamente suggestiva e ricca di pathos, certamente ispirata da un solo artefice: i colori smaglianti e trasparenti, l’impostazione sicura dei volumi, la cura ricercata dei particolari (si noti l’accuratezza nella raffigurazione degli animali), in un susseguirsi narrativo definito dalla distribuzione delle masse e dai gesti delle figure.
Al di sotto del ciclo della Passione si snoda la raffigurazione di un drappeggio di stoffa rossa, fissata a tratti alla parete mediante chiodi (decorazione ancora rintracciabile al di sotto della Crocifissione).
Difficile l’attribuzione di questi affreschi, pare comunque sostenibile l’ipotesi di un pittore di scuola lombarda, Maestro di Montiglio, cui non erano estranei gli insegnamenti della scuola toscana post-giottesca.
Il compromesso stato di conservazione di questi affreschi è dovuto soprattutto a una pesante coltre di intonaco sovrapposta durante l’epidemia di peste, per arrestare il morbo. La superficie delle pareti venne graffiata e martellata, così da far meglio aderire la calce e lì gli affreschi rimasero fino al 1931, quando per caso l’allora marchese Ignazio Borsarelli di Rifreddo venne a scoprire piccole zone di pittura molto antiche.
Il principale intervento di restauro ebbe inizio nel 1984 su incarico di Walter Levi, penultimo proprietario le cui ceneri sono conservate nella cappella. Sulla pavimentazione absidale sono inoltre poggiate due altre lapidi con i nomi del marchese Borsarelli e del giovane figlio Luigi. Al centro una pietra ricorda le vittime dell’epidemia. Com’era uso, la sepoltura degli antichi signori di Montiglio avveniva nella cappella.

Dettaglio degli affreschi della cappella di Sant'Andrea    Dettaglio degli affreschi della cappella di Sant'Andrea

 

 

 

 

Cappella di Sant’Emiliano (Scandeluzza)

La cappella di Sant’Emiliano si trova nel boschetto di una proprietà privata a Scandeluzza ed è difficilmente visitabile. Casa ospitaliera dipendente dall’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, essa è citata nell’estimo delle chiese vercellesi del 1298, mentre da un atto del 1302 si deduce che era retta da un precettore. Nel 1564 si parlava della cappella ancora come semplice dipendenza della Commenda gerosolimitana di San Martino di Buttigliera d’Asti e come tale rimase fino al 1799.

Esterno della cappella di Sant'Emiliano     Interno della cappella di Sant'Emiliano

 

Chiesa dei Santi Sebastiano e Fabiano (Scandeluzza)

Panorama con chiesa dei Santi Sebastiano e Fabiano
Foto di Mark Cooper

La chiesa dei Santi Sebastiano e Fabiano si trova accanto al cimitero di Scandeluzza, sulla strada che conduce a Murisengo; la si incontra sulla sinistra, a circa 500 metri fuori dall’abitato, sul culmine di una collinetta. Come in tutte le chiese romaniche l’abside è orientata ad est, l’ingresso sta a ovest.
Nel 1298 nel registro delle chiese della diocesi di Vercelli veniva citata come la chiesa di Santo Stefano di Caxio, la quale era sottoposta alla chiesa di candalucia. L’abitato di Caxium sorgeva dove vi è l’attuale cimitero e venne abbandonato nel 1304, per volere dei signori di Montiglio e del Marchese del Monferrato, che fecero trasferire gli abitanti nel nuovo abitato fortificato sorto intorno alla chiesa di Santa Maria di Scandeluzza. Nel 1348 la chiesa fu nominata come San Sebastiano di Cazia, dipendente da Santa Maria di Scandeluzza, nel 1474 venne inserita nella nuova diocesi di Casale Monferrato e nel 1584 il vescovo di quest’ultima la citò come dedicata ai Santi Fabiano e Sebastiano, descrivendola come campestre e ubicata nel cimitero. Nel 1817 un certo de Pillis fu indicato come autore degli affreschi interni dell’abside.
La pianta dell’edificio è rettangolare, con abside circolare; misura circa 10 metri di lunghezza per 5 di larghezza.
La facciata è a capanna, con un rosone sopra il portale ad arco a tutto sesto; due coppie di colonnine con capitelli sono ai lati della porta d’ingresso. Nella parete sud si vede una porta tamponata con arco a sesto acuto, mentre un capitello scolpito a fogliami è inserito nella parte alta del contrafforte che divide la parete stessa dall’abside. L’abside presenta il coronamento con una doppia serie di archetti pensili in laterizio poggiati su mensoline lavorate diversamente una dall’altra, più sopra c’è una cornice di pietra scolpita a fogliami. Nel semicerchio absidale sono inserite due monofore.
All’interno dell’edificio il tetto è a vista, i travi che lo sorreggono sono decorati. Il catino absidale è affrescato con l’immagine di Cristo avente sulla destra San Sebastiano trafitto e sulla sinistra San Fabiano; vi sono raffigurati anche i simboli dei quattro evangelisti.
L’altare è in muratura stuccata ad imitazione del marmo. Due lapidi sulle pareti interne dicono che la chiesa fu edificata nel 427, consacrata nel 429 e restaurata nel 1676, cosa che si ripeté nel 1875 per volere di Edoardo Arborio Mella.

 

Chiesa di San Vittore (Colcavagno)

Esterno della chiesa di San Vittore
Foto di Archeocarta

La chiesa di San Vittore, l’antica parrocchia di Colcavagno, si trova nel cimitero di questa frazione. La sua costruzione fu anteriore al millennio e, dai frammenti superstiti ed incorporati nella struttura, può essere fatta risalire al Rinascimento Carolingio. Attualmente si conserva solo qualche tratto dell’architettura romanica originale, poiché l’edificio appare in stile barocco piemontese. Dal 1826 al 1827 la chiesa fu interdetta per restauri e nel 1851 e 1855 fu risistemata dal medico Giovanni Anselmo Busto in memoria della figlia Matilde.

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