Il romanico astigiano

Si ringrazia l’associazione “La Ginestra” di Milano per aver concesso la divulgazione dei primi tre capitoli di questa pagina.

Introduzione

Le chiese romaniche sono uno dei grandi patrimoni storici, artistici e culturali della Provincia di Asti, una ricchezza unica che in questi anni è stata oggetto di attività di salvaguardia e valorizzazione. Preziose testimonianze del medioevo, questi piccoli gioielli sono prevalentemente ubicati nella parte settentrionale della provincia (Alto Astigiano), il territorio compreso tra i fiumi Po e Tanaro ovvero il Basso Monferrato, un’area che nel Medioevo era attraversata dalla Via Francigena, via battuta dai pellegrini europei per raggiungere Roma e la Terra Santa. Edificate per lo più tra XI e XII secolo, erano luoghi di sosta nel corso dei lunghi pellegrinaggi ed erano anche le chiese dei piccoli villaggi che sorgevano sulle splendide colline dell’Astigiano. Questi gioielli erano, quindi, il cuore della vita quotidiana. La storia del Monferrato volle che con la costruzione dei castelli, per esigenze di difesa, e la creazione di nuovi insediamenti (per motivi strategici), quei piccoli villaggi venissero abbandonati e le pievi fossero trasformate in cappelle cimiteriali o chiese campestri. Alcune sono arrivate in buone condizioni fino a noi perché rimaste custodite nei piccoli cimiteri, altre, abbandonate e completamente isolate su poggi e colline, sono state recentemente restaurate. Molte conservano un patrimonio scultoreo di grande valore, in alcune sono rimaste poche tracce romaniche e di altre ancora sono giunte ai giorni nostri solo ruderi: tutte meritano comunque una visita non fosse altro per la splendida collocazione all’interno del suggestivo paesaggio monferrino. Vi invitiamo alla scoperta di questi luoghi incantati, affascinanti e ricchi di storia per godere di un raccoglimento e di una quiete unici e irripetibili, visitando le chiese che abbiamo scelto per voi e che andiamo ad illustrare.

 

Caratteri stilistici delle chiese

È nell’Alto Astigiano che troviamo le massime espressioni di questa religiosità medievale: in questa zona, facilmente raggiungibile da Asti e da Torino, imperano, in un perfetto connubio paesaggistico e cromatico, i filari delle viti che producono vini di buon pregio e una serie di chiese, più o meno grandi, più o meno isolate. Si tratta per lo più di edifici di non grandi dimensioni, dalla struttura semplice, costruiti con materiali poveri, reperibili sul posto. Sono tutte accomunate dal rosso del cotto alternato al giallo del tufo, caldi materiali con i quali vennero edificate, e che spesso danno vita a decorazioni caratteristiche come quelle a dente di lupo che troviamo nelle absidi di Cortazzone e sia nell’arco del portale che nel campanile di Montechiaro.

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Un altro elemento comune è la presenza del motivo a damier, decorazione di origine francese, in cui la superficie è incisa a quadretti in rilievo e incassati. La pianta tipica ha forma rettangolare, più o meno allungata e a volte irregolare. Le chiese ad una navata, sono in genere formate da una sola aula rettangolare che termina nell’abside; le chiese più grandi, come San Secondo a Cortazzone, possono avere tre navate, in genere terminanti con absidi semicircolari; non mancano però strutture diverse, a pianta quadrata, senza abside, o con absidi laterali. Nelle chiese a tre navate, i colonnati sono sovrastati da archi a tutto sesto, e, probabilmente, il tetto era originariamente a vista, come le volte a botte o a crociera sono in genere posteriori. Solo alcune chiese hanno un transetto; per lo più le navate laterali finiscono con piccole absidi affiancate a quella centrale. La parte absidale, che in molte chiese è la meglio conservata, e in alcuni casi l’unica superstite, ha forma semicircolare, sormontata da un semicatino sferico. L’abside è in genere raccordata alla navata da un arco a tutto sesto, fortemente sporgente (arco trionfale) la cui struttura a volte viene ripresa all’esterno da contrafforti inclinati che servono a reggere le spinte laterali. La facciata originale è stata spesso rifatta in età moderna o fortemente rimaneggiata; ha una forma semplice, a capanna o a salienti, con rinforzi in corrispondenza degli spigoli fra la facciata e i muri laterali. Le facciate originali superstiti mostrano spesso una grande semplicità ed eleganza degli elementi decorativi. Le tormentate vicende attraversate da queste chiese nel corso dei secoli hanno quasi del tutto cancellato la decorazione pittorica, di cui rimangono pochi frammenti originali. Possiamo invece ancora ammirare la varietà degli elementi scolpiti. Anche in questo caso la parte meglio conservata è rappresentata dalle absidi, la cui solida struttura è alleggerita da lesene, finestrelle, coronamenti retti da archetti pensili. La tenera pietra arenaria permette una varietà di motivi decorativi, a volte geometrici e calligrafici, altre volte naturalistici, in cui si inseriscono liberamente elementi figurativi, con animali più o meno fantastici e figure umane, a volte in pose allegramente profane: l’esempio più noto è ancora quello di San Secondo a Cortazzone. Motivi anche più ricchi si notano nelle poche facciate superstiti, come quella di San Nazario di Montechiaro, e nei capitelli dei colonnati interni. Anche gli elementi decorativi in pietra un tempo erano dipinti; persasi la pittura originale, rimane il delicato gioco cromatico dell’alternanza della pietra con il cotto, in un impasto di colori caldi che si collega armoniosamente con la natura circostante. Ancora altre sono le caratteristiche che accomunano questi edifici molto spesso di origine decorativa come capitelli, fregi, cornici, archetti e, soprattutto, figure antropomorfe, fantastiche o zoomorfe che costituivano per il fedele un vero e proprio vangelo illustrato. E’ presente nell’uomo medievale l’ossessione del peccato, del male, del demonio, della vendetta divina. Si diffondono sempre più i testi sull’Apocalisse o i commenti ad essa, fra i quali il più conosciuto fu il Commentario dell’Apocalisse scritto dal monaco spagnolo Beatus de Llébana alla fine del VIII secolo, di cui restano venti codici illustrati, eseguiti tra il X e il XII secolo. Testo ricco di immagini fantastiche quali esseri mostruosi, strane creature del mondo animale e vegetale, vi si trovano degli esempi anche di scultura decorativa con motivi molto spaventosi e grotteschi. Se questo era il livello culturale accessibile ai pochi dotti in grado di leggere, era altresì necessario tradurre in immagini facilmente accessibili al volgo quei concetti che permettevano di spiegare come la Natura, sotto l’edigia di Dio, fosse articolata gerarchicamente e comprendesse anche il male e il peccato. Attraverso i bestiari e le sculture simboliche che adornavano gli edifici religiosi, l’uomo medievale poteva essere in grado di meglio decifrare le corrispondenze tra i piani paralleli in cui veniva diviso il creato e così comprendere come dietro il significato apparente di alcune figure fantastiche si celassero spesso esempi delle umane debolezze o dell’inganno demoniaco. È poi molto importante il legame delle chiese con il paesaggio. Per i motivi detti altrove quasi sempre questi edifici si trovano in aperta campagna, spesso in cima a colline; la parte absidale, la più carica di significato perche contiene l’altare, e rappresenta la direzione della preghiera, è a volte a picco sul lato più scosceso e inaccessibile, con un chiaro intendimento simbolico. La scomparsa del villaggio contadino, come abbiamo detto, ha fatto si che queste chiese si trovassero in luoghi disabitati, circondate dall’incolto, o in mezzo alle vigne. Il grande sviluppo economico dell’età contemporanea, in genere poco attento ai valori estetici e naturalistici, ha a volte snaturato la natura dei luoghi: molte chiese sono circondate da nuove costruzioni, senza che si sia minimamente curato un raccordo stilistico; a volte l’apertura de strade e lo sbancamento del terreno hanno alterato la morfologia della zona, mettendo a rischio la staticità delle costruzioni. Fortunatamente in molti comuni del Monferrato si sviluppa ora un movimento di opinione che reclama un maggior rispetto della bellezza dei luoghi.

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Evoluzione storica

Nel medioevo il Monferrato fu interessato, come tutte le campagne d’Europa, dal grande sviluppo agricolo e demografico che iniziò nel X-XI secolo e proseguì per circa tre secoli, fino alla battuta d’arresto della prima metà del ‘300. Figli di quest’epoca sono i numerosi centri abitati, che spesso proprio intorno all’anno 1000 appaiono documentati per la prima volta. Il centro della vita sociale erano le chiese, attorno a cui si radunava la popolazione contadina nelle diverse occasioni, civili e religiose. La destinazione originaria di queste chiese si riflette nel nome col quale vengono solitamente indicate, cioè pieve, dalla parola latina plebs, termine collettivo che designava appunto una comunità rurale.

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L’immagine originaria di quell’età è stata quasi completamente cancellata dalla storia successiva. Lo sviluppo dei centri abitati portava a nuove esigenze, e anche nuovi gusti e nuove mode estetiche, gli edifici civili e religiosi venivano volta per volta adattati alle nuove esigenze, ingranditi, abbelliti o interamente ricostruiti secondo nuovi stili. Sfuggirono a questo destino alcune piccole chiese che si trovavano al di fuori dell’abitato. Erano chiese nate al centro di villaggi contadini, che poi si erano spopolati per la forza di attrazione di nuovi nuclei urbani; i liberi comuni, oppure i borghi che si sviluppavano attorno al castello di qualche signore feudale. Le vecchie chiese con la scomparsa dei vecchi villaggi, si trovarono quindi in aperta campagna. Alcune, più vicine al nuovo abitato, furono adibite a chiese cimiteriali; altre furono poco per volta quasi dimenticate. Ed è proprio per questo stato di abbandono che molte hanno conservato almeno una traccia della loro struttura originaria, diventando straordinari documenti di un’età artistica vecchia di quasi un millennio. Certo il tempo non è passato senza conseguenze. Molte di queste chiese apparivano già in condizione di abbandono alla fine del ‘500, ed hanno subito nei secoli gravi danni, dovuti all’incuria, a manomissioni o – ciò che a volte è persino peggio – a maldestri tentativi di restauro; alcune sono arrivate fino a noi come dei ruderi pericolanti. Fortunatamente negli ultimi decenni se ne è riscoperto il grande valore, e opere di recupero e conservazione condotte con criteri scientifici e con il rispetto delle strutture originarie permettono ora di ammirarne tutta la semplice armonia.

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Mappa delle chiese e dei campanili

La mappa sottostante indica le chiese e i campanili romanici presenti nei territorio astigiano e nei comuni torinesi limitrofi.

Esempi caratteristici sul territorio

Le chiese più emblematiche ed evocative in stile romanico astigiano presenti sul territorio sono:

  • l’abbazia di Santa Maria di Vezzolano ad Albugnano
  • la chiesa dei Santi Nazario e Celso a Montechiaro d’Asti
  • la chiesa di San Secondo a Cortazzone
  • la chiesa di San Lorenzo a Montiglio Monferrato

L’abbazia di Santa Maria di Vezzolano ad Albugnano

Storia

Il complesso dell’abbazia di Santa Maria di Vezzolano sorge nel verde di una splendida valle, in un angolo di Monferrato tra i più suggestivi e intatti, tra vigneti, prati e aree boschive.

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È il più famoso monumento romanico astigiano, ed è dedicato alla Vergine Maria, al cui culto erano dedite particolarmente le canoniche riformate di Sant’Agostino. Il primo documento conosciuto che ne fa menzione risale al 1095 ed è proprio l’investitura dei canonici del ruolo di officiales della prepositura di Vezzolano, anche se la fondazione della chiesa deve essere anteriore. Le origini della costruzione si perdono fra ipotesi storiografiche e leggende popolari. La storiografia ottocentesca si attarda in ipotesi prive di fondamento storico ma dense di suggestioni romantiche. È un’ipotesi accreditata, per esempio, che la chiesa sia nata come cappella privata di un castello poi distrutto; oppure che esistesse già in forme e dimensioni diverse, nell’VIII secolo. È leggenda, ma di quelle suggestive e difficili da eludere e che contribuisce ad accrescere l’alone di mistero intorno a questo gioiello del romanico, l’attribuzione della sua nascita alla volontà imperiale di Carlo Magno. Si narra infatti che questi, cacciando nei boschi presso Albugnano e assaporando la recente vittoria sui longobardi Desiderio e Adelchi, nel 744, fu colto da un’orribile quanto importuna visione: la danza macabra di scheletri umani usciti da un sepolcro, spaventosa causa dell’imperiale epilessia. Riuscì a riprendersi solo grazie all’intervento di un eremita di passaggio che lo avrebbe invitato a chiedere aiuto alla Vergine Maria. Guarito per intercessione della Madonna, Carlo Magno avrebbe disposto in quello stesso luogo l’edificazione dell’abbazia. Altra data certa è il 1159, anno in cui Federico Barbarossa la prese sotto la sua protezione, tanto è vero che, sul finire del secolo, Vezzolano diventò una delle più ricche e celebri prepositure. Nei primi anni l’istituzione canonicale doveva essere assai attiva come testimonia la ricchezza di donazioni di cui fu dotata, ma per ignote ragioni essa decadde presto d’importanza. L’abbazia fu abbandonata dai canonici agostiniani intorno al ’60, ma il lento declino si può racchiudere tra le due significative date del 1405, anno in cui la Canonica fu concessa in commenda con abati commendatari residenti altrove, e del 1805, ovvero quando, a seguito delle soppressioni napoleoniche, il complesso di Vezzolano fu venduto a privati. Nella sua storia più recente figurano una dichiarazione di pubblica utilità, una messa all’asta, il passaggio di proprietà dell’edificio, e della terra pertinente, all’Accademia dell’Agricoltura e, in ultimo, nel 1937, la sua cessione definitiva allo Stato. Oggi è in consegna alla Soprintendenza per i Beni Architettonici del Piemonte. Tutte queste pagine di storia e leggenda non sono riuscite comunque mai ad intaccare l’imperturbabile silenzio e raccoglimento della chiesa. Che, tuttora, ha uno dei suoi motivi di fascino nello splendido isolamento che la connota, là, al declino dolce di una valle, seminascosta da colline e prati, in una quiete bucolica sospesa, raggiungibile al termine di una strada che pigramente la costeggia e consente di apprezzarla prima dall’alto nell’armonia della sua distesa di coppi e del complesso absidale, quindi nell’eleganza del campanile collocato sul lato sinistro, come vuole il romanico, e, infine, nell’impostazione di tempio monumentale della facciata. Premesso che il complesso abbaziale, proprio per la sua straordinaria rilevanza artistica, è difficilmente ammirabile sgombro da ponteggi e cantieri di restauro, va detto che Vezzolano è bellissima.

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La chiesa

L’impianto della chiesa si può far risalire alla fine del XII secolo, ma le forme nelle quali ci appare denotano l’appartenenza al secolo XIII.

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La chiesa è a pianta basilicale, orientata, con aula a due navate e due absidi semicircolari: la terza navata (laterale destra) è in parte inglobata nel chiostro quadrangolare addossato al lato sud della chiesa. La costruzione subì evidentemente una brusca interruzione cui seguì qualche decennio più tardi una ripresa dei lavori, però con ridotto impianto architettonico. La facciata romanico-lombarda, costruita in cotto e arenaria,è ravvivata da tre ordini di loggette cieche. Il suo profilo a salienti interrotti farebbe pensare ad una struttura interna a tre navate che non corrisponde alla realtà. Sul portale strombato, incassato in un protiro appena accennato, c’è un bassorilievo di pietra dolce a lunetta, rappresentante la Vergine in trono con la colomba dello Spirito Santo, l’arcangelo Gabriele e un devoto. L’importanza che ebbe il culto della Madonna a Vezzolano è testimoniato dalle iconografie della Vergine che troviamo nel complesso, opere d’arte che abbracciano un periodo di quasi due secoli e che narrano gli episodi salienti della sua vita in un ciclo complesso. A sinistra un altro bassorilievo raffigura Sant’Ambrogio. La facciata è decorata da capitelli e statue: il redentore con Michele e Raffaele, quindi due serafini o cherubini e piatti in terracotta decorata, simbolo dell’ospitalità. L’impostazione architettonica della facciata pare indicare influssi borgognoni, ma la struttura è di chiara impostazione lombarda. Un tempo doveva presentarsi smagliante di colori, con le statue policrome e i bacini di ceramica 10 riflettenti la luce del sole. Le fiancate e le absidi, decorati da cornici e archetti pensili, sono nella loro antica dissimmetria un tutto molto armonico. Il fianco settentrionale è ornato da una serie di archetti intrecciati interrotti dai contrafforti. Sul fondo è visibile la torre campanaria che si appoggia per due lati al muro perimetrale della chiesa e la cui parte superiore è decisamente più recente, essendo stata costruita nel XVII secolo. L’abside centrale pur avendo subito numerosi restauri è quella più fedele allo stile originale; è divisa in tre zone da lesene addossate al muro e caratterizzata da tre aperture. Anch’essa è decorata dalla stessa serie di archetti intrecciati trovati lungo il fianco e sormontata da un fregio di mattoni a dente di sega. L’interno è in forme gotiche precoci di derivazione francese. A pochi passi dal portale si ammira uno degli elementi di massimo interesse dell’edificio: è il pontile (o jubè, francesismo desunto dall’invito “jube Domine benedicere…” rivolto dal predicatore ai fedeli), che attraversa tutta la navata maggiore all’altezza della prima campata. E senza dubbio l’opera più importante conservata in Vezzolano: rarissima struttura architettonica, è una delle poche ancora esistenti in Italia, in quanto molte furono eliminate a seguito del concilio di Trento. Realizzato in arenaria del Monferrato dipinta, è una specie di porticato, poggiante su cinque arcate a sesto acuto sorrette da colonnine con capitelli a foglie e a gemme, sul quale si distende un bassorilievo a due fasce: nel registro superiore, le scene della Dormitio, dell’Ascesa al cielo e Incoronazione della Vergine tra i simboli degli Apostoli e, nell’inferiore, la serie degli antenati della Vergine recanti in mano un cartiglio con il proprio nome. Una particolarità da notare riguarda le figure che rappresentano i patriarchi nella parte inferiore del pontile: sono trentacinque mentre secondo il Vangelo di Matteo dovrebbero essere quaranta; ad un più attento esame i cinque mancanti appaiono dipinti, due a sinistra e tre a destra, agli estremi del fregio. Ciò porterebbe a credere che in origine il fregio fosse più largo, ma perché poi sia stato tagliato e dove potesse essere collocato originariamente, sono quesiti a cui ancora nessuno ha dato risposta. Il colore del bassorilievo è azzurrognolo, sembra dipinto con smalti, invece è di calcare lucido. Ai piedi del bassorilievo, a caratteri incerti, si legge che l’opera fu compiuta “regnando Federico Barbarossa, l’anno 1189”. Di controversa interpretazione è la data 1159 riportata nell’iscrizione e dedicatoria che risulta troppo anticipata se riferita ai caratteri stilistici delle sculture e dell’architettura del pontile stesso che gli storici dell’arte datano post 1230. L’eccezionalità del valore artistico del pontile, cui contribuiscono anche la preziosità e l’originalità delle coloriture, con l’uso del costoso e rarissimo lapislazzulo proveniente dalle montagne del Caucaso (manto della Vergine e del Cristo), indica questa opera come un rarissimo esempio di sculture medievale con policromie intatte. Un gioiello imperdibile. Sono molte le interpretazioni sulle finalità dello jubè: la più accreditata fa riferimento alla liturgia antica di separare, in chiesa, i battezzati dai catecumeni; un’altra propone la necessità della divisione, persino nei luoghi di culto, fra nobili e popolani. Il passaggio sottostante al pontile, che conduce alla navata maggiore della chiesa, è sormontato da un architrave in cui è scolpito il serpente uroborico che si morde la coda; tale figura viene molto usata nella simbologia romanica a rappresentare il ciclico e l’eternità, e rimonta oltre che ad alcune culture pre-cristiane, agli gnostici e agli ofiti. L’interno della chiesa è inoltre arricchito da decorazioni scultoree nelle monofore absidali (la Vergine Annunziata Incoronata) sui capitelli e da un altare in terracotta policroma del XV secolo. Sovrasta l’altare un trittico quattrocentesco realizzato in terracotta policroma. Rappresenta ancora una volta la Vergine col bambino; a destra Sant’Agostino, a sinistra una figura barbuta accompagna un devoto inginocchiato in abiti regali (ancora la leggenda ama riconoscere in tale figura Carlo Magno, mentre studi più recenti e approfondimenti propendono per Carlo VIII re di Francia). Dalla chiesa, attraverso una minuscola porta, si accede al chiostro, un angolo di assoluto silenzio conservato nei secoli, simbolo dell’antica pace cenobitica. Nel chiostro i quattro lati risalgono a periodi diversi (XII-XII-XVI secolo), il più antico è quello a ovest con tozze colonne bicrome alternate ad esili colonnine in arenaria che sorreggono archetti a sesto leggermente acuto. Spiccano bellissimi capitelli variamente scolpiti con fregi sia classici sia complessi. Di grande valore narrativo è il capitello incompiute ove sono rappresentate in un unicum l’Annunciazione, la 11 Visitazione e la Natività. C’è poi la rappresentazione di un uomo che dorme e di un altro che scrive: per taluni è la raffigurazione di un sogno di San Giuseppe. Nel porticato del chiostro, lato nord, ricavato dalla navata sud della chiesa, campeggia il più importante ciclo di affreschi di Vezzolano, una delle più note pitture del Piemonte antico, datata XIV secolo e testimonianza delle trasformazioni avvenute nel campo della pittura nel corso dei secoli di passaggio dal romanico al gotico. La raffigurazione è divisa in quattro parti: dall’alto il Redentore con gli emblemi degli evangelisti; Betlemme con la sacra famiglia ed i magi adoranti (sepolcreto dei Rivalba), opera del così nominato Maestro di Montiglio. Sotto, in posizione centrale, c’è la sezione più affascinante dell’affresco: da un sepolcro scoperchiato si rizzano tre scheletri, un personaggio inorridito (Carlo Magno?) sta davanti a due cavalieri esterrefatti, mentre un monaco lo invita a chiedere aiuto alla Madonna. Tale rappresentazione, che compare anche in un affresco piuttosto mutilato nella cappella dei Radicati (ultima campata), è un modello ricorrente da ascriversi al clima cavalleresco proprio dell’epoca federiciana che voleva contrapporre un messaggio di monito religioso alla laicità del viver gentile, ovvero il medioevale trionfo della morte. Ormai datata, ma sempre affascinante all’ascolto, è invece l’interpretazione di chi vuole ritrovare nell’affresco le testimonianze della leggenda della macabra apparizione a Carlo Magno. Ci sono poi altri resti di affreschi, figure di santi, guerrieri e cavalieri, simboli nobiliari ed emblemi degli evangelisti, sulle cui attribuzioni si sono cimentate più scuole di pensiero. Diversi locali si affacciano sul chiostro ma le modifiche subite nel tempo rendono difficile l’individuazione delle originarie destinazioni d’uso, fatta salva la sala capitolare, adiacente all’area presbiteriale della chiesa. Il grande spazio, dal ricco soffitto in legno e dalle minuscole finestre a feritoie, recentemente restaurato e un tempo destinato probabilmente a foresteria, ospita oggi una mostra permanente sul romanico astigiano. Nel recente restauro del giardino si è posto al centro dello spazio claustrale l’albero di ginepro con il legno del quale, secondo la credenza popolare, era stata costruita la croce di Gesù. Anche i fiori qui piantati (rosa gallica, iris germanico e il lilium candidum) sono legati alla simbologia religiosa, ed erano gli unici fiori coltivati nei chiostri per adornare l’altare. La presenza del ricco apparato decorativo in un contesto di vibrato colorismo, dove la bicromia del paramento murario era arricchita dalle vivacissime coloriture delle statue, rende questa chiesa una testimonianza “tra le più gioiose” del patrimonio architettonico medievale. Santa Maria di Vezzolano, complesso architettonico ed artistico che riveste un’importanza riconosciuta, conserva un elemento di interesse particolare che la colloca in una dimensione europea. Si tratta dello jubè o, più correttamente, in italiano “pontile tramezzo”. In Italia è noto solo un altro jubè, a Bolzano nella chiesa dei Domenicani. In Europa gli esempi sono più numerosi anche se in Francia, il paese che ne conserva di più, Viollet-le-Duc ne cita solo nove, tra esistenti e scomparsi, sia gotici che rinascimentali. In tale panorama lo jubè di Vezzolano spicca quindi per rarità, antichità e stato di conservazione; in particolare, i colori originali delle sculture sono praticamente intatti. L’originalità e l’esiguo numero degli jubè meritano un breve approfondimento. Il termine “ambone”, a volte adottato, risulta impreciso: infatti, se da un lato anche l’ambone ha funzione di parlo rialzato, dall’altro lo stesso termine non descrive la funzione di divisione della navata. Il termine pontile è corretto per descrivere una suddivisione rialzata, come quella presente nel duomo di Modena, ma non è sufficiente in quanto non sottintende la presenza anche di una struttura isolata con parapetto posteriore, assente a Modena e presente a Vezzolano. Bisogna pertanto aggiungere a “pontile” il termine “tramezzo” ma è evidente come il doppio termine sia alquanto scomodo, come peraltro appare forse troppo astratta la definizione di “transcoro” da altri proposta. Per queste ragioni è comprensibile l’uso del termine jubè, secondo l’uso dei francesi, che introducono a tale proposito un ulteriore concetto, molto interessante. All’interno delle grandi chiese medievali essi definiscono lo spazio interno circoscritto dallo jubè e dal retrostante coro come la “chiesa dentro la chiesa” ed assegnano ad esso un carattere ancora più sacro del resto dell’edificio. Interessante interpretare lo jubè come la facciata di questa chiesa interna. Sulle origini si può dire, in estrema sintesi, che gli studiosi ritengono lo jubè frutto dell’evoluzione e dell’unione di diversi elementi architettonici delle chiese dei primi secoli, sempre legati a scopi liturgici. Esso deriverebbe dallo ciance o chiusura del coro, dagli amboni e dalla trave di gloria (trabs doxalis) che occupavano il limite del coro, riservato al clero, mentre la navata era destinata al popolo. Tra il XIII e il XVI secolo in Francia, ma anche in Germania, in Gran Bretagna, in Spagna e nell’attuale Belgio si costruirono pontili in ogni chiesa, monastica, parrocchiale o cattedrale, con numerose varianti di stile ma sempre secondo la tipologia consolidata già in epoca romanica. In Francia famose cattedrali come Chartres, Bourges e Parigi possedevano spettacolari jubè, di cui purtroppo non ci sono pervenuti che i resti, spesso reimpiegati, o i disegni. A partire dal XVII secolo quasi tutti i pontili subirono rifacimenti o più spesso la demolizione per i cambiamenti determinati dalla controriforma e dagli stessi mutamenti del gusto decorativo (a parte casi anche precedenti di distruzione per motivi di guerra di religione). Il termine “ambonoclasta” usato dall’abate J. Baptiste Thiers, indica lo spirito che dovette pervadere la maggior parte del clero e anche dei laici quando si incominciò a modificare profondamente lo spazio liturgico. A metà Ottocento il gusto per l’antichità fece riscoprire ad alcuni archeologi i pochi pontili rimasti, e infatti i primi “inventari” e studi sui pontili, soprattutto francesi, vennero redatti solo successivamente alla pubblicazione, nel 1854, della voce jubè sul Dictionnaire di Viollet-le-Duc. Dal punto di vista propriamente architettonico, la struttura portante è costituita da un portico ad arcate su colonnine, con numero delle campate normalmente dispari. Ciò permette di avere la campata centrale dominante, in corrispondenza dell’ingresso al coro, con l’altare maggiore sullo sfondo, Inizialmente a tre o cinque campate, lo schema si evolve e il numero di colonnine e di arcate cresce negli esempi di gotico più maturo. Nel pontile di Bourges, ricostruito virtualmente, gli archi, ogivali, sono addirittura undici. Al di sopra del portico si eleva un muro che termina con un parapetto o balaustra. Sotto le volte, due altari sono posti a lato della porta centrale che comunica col coro. L’insieme sopra descritto forma la “facciata” principale del pontile, volta a ovest, mentre il retro, verso l’altare maggiore, è costituito da un muro pieno, in cui è praticato generalmente un solo varco, cui si addossano una o due rampe di scale per raggiungere il livello superiore. Spesso è presente un Crocifisso centrale, con a lato le figure della Vergine e di San Giovanni, palese ricordo della trave dossale su citata, che segnava l’inizio del coro. Quando il Crocifisso non è presente, o anche contestualmente a esso, uno degli altari sotto il pontile è dedicato alla Santa Croce; ciò si verifica anche per Vezzolano. Tutti gli elementi del pontile, all’infuori del muro posteriore, erano riccamente ornati e decorati. La parte superiore della tribuna aveva la ricca balaustrata marmorea scolpita, a volte rivestita con materiali preziosi o più spesso dipinta e dorata. Il fregio dello jubè di Bourges era decorato, tra una scultura in rilievo e l’altra, da vetri colorati accostati secondo uno schema geometrico che creava uno sfondo alle sculture stesse, dando un effetto di cangiante luminosità e ricchezza e che richiamava la trasparenza delle vetrate dell’abside. Per quanto concerne l’apparato iconografico un tema che venne sempre riproposto con il massimo risalto, se pur con svariate modifiche e interpretazioni, fu quello della Crocifissine, ripreso nella dedicazione di uno degli altari sotto il pontile, come accade anche a Vezzolano, oppure nel rialzo centrale che si ritrova in alcuni pontili, come a Bourges. Gli altri temi frequenti erano la raffigurazione dei quattro evangelisti, in modo più o meno simbolico, il ciclo della Passione, la vita di Maria (nelle chiese appositamente dedicate al culto mariano, come Vezzolano), o scene e soggetti tratte dalle Sacre Scritture, come l’Apocalisse (vedi Serrabone) o i profeti oppure, ancora, la vita di alcuni santi cui era intitolata la chiesa. Il tema degli antenati di Cristo, proposto a Vezzolano non viene mai citato in altre descrizioni conosciute. Abituati all’attuale liturgia ci riesce difficile immaginare il vero impatto emotivo di uno jubè sui fedeli di allora. La funzione del pontile era quella di creare una separazione tra lo spazio dei fedeli nella navata e quello del clero nel coro, e forse, contestualmente assicurare nella parte più interna della chiesa una zona più interna della chiesa una zona esclusivamente destinata alla preghiera e alle celebrazioni. Secondo quanto scrive Viollet-le-Duc, l’assistenza dei fedeli nelle chiese monastiche era solo accessoria e i religiosi, rinchiusi nel coro, non erano e non dovevano essere visti dalla navata; i fedeli sentivano i loro canti, vedevano i chierici saliti sul jubè per leggere l’epistola e il Vangelo e non potevano scorgere l’altare che attraverso la porta del jubè, quando il velo era tirato. Riguardo alle attività che si svolgevano nelle varie occasioni liturgiche sopra il pontile e anche al di sotto di esso, cioè intorno agli altari predisposti per le celebrazioni di fronte al popolo, H. Leclercq nel suo Dictionnaire scrive che “lo jubè di una chiesa per la sua forma, la sua posizione, la sua destinazione, diveniva naturalmente luogo di comunicazioni ufficiali del clero con i fedeli” infatti dall’alto del pontile venivano recitate le sacre letture, letti gli annunci importanti e cantati i salmi. La necessità di coinvolgere il popolo dei fedeli nella celebrazione liturgica dovette però essere sentita, soprattutto nelle chiese non monastiche. Sulla balaustrata del pontile verso la navata erano posti due leggii dove i diaconi o i suddiaconi leggevano il vangelo e l’epistola. A volte la balaustrata aveva una sporgenza da cui si potesse meglio parlare ai fedeli. Esaurita questa breve trattazione di ordine generale, a titolo di esempio, si citano alcuni jubè ancora esistenti (o di cui si conservano resti significativi), presentati in ordine cronologico, essendo queste “sopravvivenze” dovute a destini molto diversi che non consentono quindi particolari ordinamenti e raggruppamenti critici.

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La chiesa dei Santi Nazario e Celso a Montechiaro d’Asti

Storia

La chiesa dei Santi Nazario e Celso è un edificio particolare e forse per questo molto affascinante.

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Esteticamente la più bella della Valle Versa, è posizionata in cima ad una collinetta, isolata in mezzo alla verde campagna astigiana, attira lo sguardo del visitatore per la sua semplice, immediata bellezza. Edificio unico ed irripetibile, scenografico sia per il valore culturale che per l’aspetto bucolico del colle su cui è posto, da cui si gode di un bel panorama. Quando vi si giunge davanti si nota subito la sproporzione fra la minuscola chiesetta e l’imponente campanile che la affianca. Le origini si intrecciano fra storia e leggenda. Si narra che la fondazione del vicino comune di Montechiaro d’Asti sia dovuta ai cavalieri Mairano, Pisenzana e Moresco di ritorno dalle crociate; l’unica testimonianza che avvalorerebbe tale ipotesi è il toponimo di Castel Mairano che identifica la zona nella quale fu edificato l’edificio religioso. S. Nazario è pieve del villaggio di Mairano nell’XI secolo, ma carestie e guerre costringono la popolazione a trasferirsi nel vicino paese di Montechiaro o in centri limitrofi fortificati. Del borgo non resta più nessuna traccia visibile. Nel 1159 veniva citato dal Barbarossa il fatto che la chiesa parrocchiale dell’abitato di Mairano, pur essendo vicinissima alla pieve di Pisenzana, dipendeva dal monastero della Torre Rossa di Asti, il quale a sua volta era alle dipendenze dell’abbazia di San Benigno di Fruttuaria. Nel 1203 il priore di San Nazario partecipa ad un capitolo svolto nell’abbazia di Fruttuaria. Nel 1247 il sacerdote della chiesa viene scomunicato per non essersi presentato al vescovo di Asti. Nel 1265 papa Clemente IV ne conferma la dipendenza dall’abbazia di Fruttuaria. Nel 1345 nel registro della diocesi di Asti San Nazario è fuori dalla giurisdizione del vescovo astigiano, dato che dipende da San Secondo dell’abbazia della Torre Rossa. Nel 1585 la chiesa dei SS. Nazario, Celso, Vittore ed Innocenzo era in cattive condizioni e vi si celebrava raramente. Nel 1752 viene tolto il titolo parrocchiale. La lontananza dai centri abitati e il relativo abbandono che ne deriva sono riusciti a tramandarci un’architettura non inficiata né da successive manomissioni, né da ristrutturazioni rinascimentali o barocche. Molto strana la sua storia più recente, se si pensa che intorno alla metà del 1800 vengono demoliti e ricostruiti sia l’abside che i fianchi nord e sud; l’abside, in particolare, è rimontata con l’utilizzo dei conci numerati, tramite anastilosi. Per finanziare i restauri si ricorse ad una sottoscrizione e a due lotterie. Altri lavori eseguiti nel 1929 riguardano il rifacimento delle volte e degli intonaci. Infine, nel 1993, avendo le fondamenta bisogno di essere consolidate, si interviene in tal senso e si restaura anche la facciata.

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La chiesa

La chiesa fa parte di quel gruppo di edifici che, insieme a S. Secondo di Cortazzone e S. Lorenzo a Montiglio M.to, vengono spesso citati quale esempio di arte romanica di questa zona dell’Asitigiano.

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La facciata ha un profilo a capanna sottolineato da una cornice di archetti. La muratura è caratterizzata da fasce orizzontali alterne di due colori, quello più chiaro del tufo e il più scuro dei mattoni. Il portale, con arco a tutto sesto, è leggermente aggettante; esso è rifinito da una cornice decorata posta orizzontalmente sulla ghiera esterna dell’arco. Dagli estremi del fregio salgono due semicolonne addossate con base modanata e capitelli decorati che vanno ad incontrare il coronamento del tetto. Il coronamento è costituito da una serie di archetti pensili le cui basi sono formate da mensoline decorate. L’archivolto è composto da un arco oltrepassato e falcato a doppia ghiera: la ghiera più interna è scolpita con cordone a intreccio, quella più esterna è formata da due fasce, l’una decorata con un motivo a cornucopia, l’altra ornata con motivo a denti di lupo, questo eseguito con un mosaico bicolore in pietra e cotto. Sullo stipite destro della porta d’ingresso vi è una scultura di animale. Sopra l’arco del portale vi è una croce in laterizio, con in basso una cornice scolpita a fogliami ed ai fianchi due colonnine con capitelli. Il fianco sud è costituito da una muratura in blocchi di arenaria, intervallati orizzontalmente da sottili file di mattoni. Anche qui troviamo un coronamento formato da archetti pensili semplici che poggiano su mensoline decorate; il tutto rifinito in alto con una cornice scolpita a doppio intreccio. Su questo lato si aprono tre monofore con arco a tutto sesto e a doppia strombatura. Quella a sinistra ha l’archivolto scolpito a motivo floreale che appoggia su due colonnine con capitelli. La monofora centrale sulla accentuata strombatura ha il motivo a ferro di cavallo sia sull’arco che sui piedritti. La terza monofora, la destra, ripete la prima ma è meno integra. Il fianco nord ha una muratura simile al fianco sud, formata da una zona a fasce alterne in pietra e mattoni. Il coronamento è in pietra con una cornice sorretta da mensoline scolpite una diversa dall’altra. Ha una sola piccola monofora con arco a tutto sesto monoblocco, a doppia strombatura, nel cui archivolto sono scolpiti motivi geometrici e un animale mostruoso nell’atto di mordersi la coda. L’abside semicircolare è delimitato da lesene; la superficie della parte inferiore è in pietra mentre in quella superiore sono visibili due fasce in pietra e mattoni alternati. Il coronamento è costituito da una cornice e da archetti pensili. Le aperture sono costituite da tre monofore a doppia strombatura, prive di decorazioni, con arco a tutto sesto ricavato in un monolite di roccia. Quella centrale è tamponata. L’interno è stato completamente rifatto nell’Ottocento; nell’abside vi è un altare in muratura con fregi e rilievi a stucco. Il campanile è caratterizzato dalla bicromia dei colori di strisce alternate, arenaria e mattoni; è diviso su tre piani da cornici ad archetto: la prima cornice marcapiano è costituita da una serie di archetti intrecciati e da una fascia superiore con elementi in pietra e cotto disposti a dente di sega; la seconda cornice è costituita anch’essa da archetti intrecciati curvilinei formati da pietra e laterizio in modo da avere un effetto bicromo. Si ripete il motivo decorativo a dente di lupo che si estende in parte anche nelle paraste angolari. La cornice del coronamento, infine, è ad archetti semplici in laterizio, sovrastati ancora una volta da motivi a dente di sega. Nelle due parti inferiori troviamo due piccole aperture murate, mentre le bifore dell’ultimo piano sono totalmente aperte. Inusuali le proporzioni tra la piccola chiesa ed il campanile a base quadrato che la affianca. La chiesa misura 11,5 metri di lunghezza per 6 di larghezza; il campanile a base quadrata con lati di poco più di 4 metri ha un’altezza di 20 metri circa. Il campanile è in posizione avanzata rispetto alla facciata, così da delimitare una specie di piccola piazza. Il paese di Montechiaro d’Asti si dipana lungo il crinale collinare, con le sue torri e campanili e le case disposte su terrazze in tufo, sostenute da bastioni in cotto. Di quanto rimane del castello si può ancora osservare la Torre quadrata (secolo XIII), posta all’angolo del palazzo municipale. Della cerchia di bastioni restano alcuni tratti nei lati nord ed est, e ad essi si appoggiano le case, che mostrano ancora l’impronta della originaria struttura gotica. Tra gli edifici religiosi si ricordano: la parrocchiale di Santa Caterina, della metà del secolo XVII, con facciata in cotto e ampie volute barocche; la parrocchiale di San Bartolomeo, di origine antica ma radicalmente modificata in forme barocche; la piccola chiesa di S. Anna, eretta nel 1710; la chiesa di Sant’Antonio, con facciata barocca. Il monumento più interessante di Montechiaro rimane la pieve romanica dei Santi Nazario e Celso del secolo XI.

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La chiesa di San Secondo a Cortazzone

Storia

Non esistono molte notizie sulla storia di questa pieve. Si può dedurre, da alcuni indizi, che si trovasse sul passaggio dei pellegrini a causa di una decorazione che ritroviamo sulla cornice esterna della chiesa: una fila di conchiglie scolpite.

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Per un certo periodo fu assoggettata politicamente al vescovo di Pavia, dall’inizio del XII secolo, mentre risulta ecclesiasticamente dipendente dal vescovo di Asti intorno alla metà del 1300. San Secondo fu anche la parrocchia del paese fino a quando gli abitanti non decisero di spostarsi su un altro colle, dove si trova tutt’ora. Rimase aperta al culto anche se non più chiesa parrocchiale e ancora oggi viene celebrata in maggio la festa del Patrono.

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La chiesa

La chiesa di San Secondo di Cortazzone è uno dei più interessanti documenti del romanico astigiano, anche per la suggestiva posizione, in cima ad una collina, non disturbata da costruzioni moderne.

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Sorge solitaria e compatta sulla collinetta di Mongiglietto (dal latino Mons Iovis, “monte di Giove”), circondato da vigneti e boschi, non molto distante dal centro abitato di Cortazzone. La chiesa è discretamente conservata, anche se successivi interventi ne hanno modificato soprattutto la facciata. La chiesa è di stile romanico dell’XI secolo. La facciata, rimaneggiata nella parte superiore e sulla quale si innalza un campanile a vela del XVII secolo, presenta un profilo a salienti interrotti. Il portale è contornato da un doppio arco di pietra sormontato da una cornice orizzontale di conchiglie agli estremi della quale sono visibili due colonnine che salgono ad incontrare una serie di archetti, divisi in gruppi da tre da una semicolonna addossata alla parete, a seguire il profilo del tetto. Si notano già qui della piccole sculture posizionate sotto alcuni archetti ed ai lati della cornice, con figure zoomorfe e antropomorfe. Il fianco meridionale è ricco di decorazioni; la parete della navata minore è divisa da semi-colonne addossate, alcune con capitello, sulle quali si allineano archetti che, a loro volta, sono sormontati da una cornice a scacchiera (coronamento a damier). Su questo lato le aperture sono costituite da un portale, due monofore e un oculo. Il portale è sormontato da una lunetta decorata da una cornice in cotto a denti di sega. Il fianco della navata maggiore è anch’esso ricco di decorazioni: la parete è ripartita da colonnine rettangolari e cilindriche che reggono una fila di archetti. È possibile notare un campionario di sculture a tema fantastico, a cominciare dalle mensole che recano scolpite testine umane e animali, ghiere con fantasie di fogliami, fasce ad intrecci e fregi, cordonature che incorniciano le monofore. La parte absidale è costituita da tre absidi: una maggiore centrale e due minori che la affiancano, tutte decorate nella parte bassa da motivi a dente di sega. L’abside maggiore è attraversata da quattro semi-colonne sormontate da capitelli che dividono la superficie in quattro porzioni. Nella zona sottostante il tetto è visibile una cornice di archetti con decorazioni e nell’intradosso di una di esse la curiosa figura di un uomo che si arrampica. Sull’abside si aprono tre monofore a strombo modanato. L’abside meridionale, anche essa molto ricca, presenta delle decorazioni quasi in tutte le lunette degli archi; ognuna delle mensole reca sculture fitomorfe mentre la parte alta è coronata da una fascia in cui si ripete il motivo a scacchiera. L’abside e il fianco settentrionale sono le parti dell’edificio che presentano meno decorazioni. L’interno è a pianta basilicale con tre navate diviso in cinque campate da basse colonne e pilastri alternati che reggono delle volte a crociera sicuramente rifatte essendo stato l’originale probabilmente una copertura a botte se si vuole trovare omogeneità con la chiesa di Montiglio. Il presbiterio è rialzato da tre gradini e l’altare presenta due archetti in muratura laterali, modifica questa apportata nel XIX secolo. Risalente al XII secolo, conserva come uno scrigno le decorazioni dell’epoca che rappresentano un unicum nella storia dell’architettura romanica dell’Astigiano. Le tre absidi sono ricoperte da volte a semicatino: in quella centrale vi è un affresco del XIV secolo, restaurato nel 1992, che rappresenta il Cristo al centro con S. Secondo e S. Siro ai lati. L’affresco è sottolineato da una cornice a damier. Molto suggestive le decorazioni dei capitelli a struttura semplice, squadrati su quattro lati per poter meglio inserire le figure in cui sono rappresentati animali come sirene a due code, uccelli, tritoni, 5 pesci, cavalli o simboli quali conchiglie, petali di fiore, croci; in alcuni casi le sculture sono appena abbozzate o non finite. Nelle sculture di San Secondo è rappresentata la summa della conoscenza cosmologica medioevale che, intrisa di fede cristiana, rivela l’armonia del Creato. Il paese di Cortazzone è un borgo rurale di antica origine, il cui castello, eretto nel Medioevo, fu ricostruito nei secoli XVIII e XIX a seguito delle devastazioni subite dai francesi nel 1706. Dell’originaria costruzione sussistono i resti di una torre quadrata e tratti della cinta muraria. La parrocchiale di San Secondo, di antica origine, ma completamente ricostruita alla fine del XVIII secolo, presenta una facciata neogotica. Su una collina antistante l’abitato sorge l’antica chiesa di San Secondo, del secolo XII.

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La chiesa di San Lorenzo a Montiglio Monferrato

Storia

La chiesa dalle splendide decorazioni scolpite, pregevoli sia nell’interno che nei coronamenti absidali e del lato sud, si trova nel cimitero di Montiglio Monferrato, un po’ fuori dall’abitato.

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San Lorenzo è menzionata per la prima volta in un elenco di pievi vercellesi risalente al X secolo. Una pieve era la chiesa principale di una circoscrizione ecclesiastica alla quale facevano riferimento numerosi centri abitati. Nel 1474 San Lorenzo fu sottomessa alla nuova diocesi di Casale. Nel 1577 il vescovo Ragazzoni, nella visita pastorale, viste le pessime condizioni della chiesa divenuta cimiteriale, ordinò la costruzione di una nuova chiesa parrocchiale. Nel 1584 la visita del vescovo Carlo Montiglio trovò la nuova chiesa non ancora ultimata e San Lorenzo male in arnese. All’inizio del ‘600 il vescovo Pascale trovò la chiesa riparata, con un solo altare. Nel 1783 la chiesa, soprattutto il tetto era in pessime condizioni. Seguirono una serie di lavori di restauro e ricostruzione che deturparono l’impronta romanica. Nel 1788 vengono ricostruiti i tetti e i muri perimetrali, compresa l’abside centrale; durante questi lavori scompaiono le due absidi delle navate laterali. Nel 1793 viene ricostruita la facciata e i due vani rettangolari ai lati dell’abside. Nel 1796 viene costruita la volta a botte e le cappelle a pianta semi esagonale. Oggi è solamente una cappella cimiteriale a causa dell’abbandono della popolazione del villaggio che nel medioevo si sposta in centri più sicuri e provveduti di difese. L’edificio si trova a circa seicento metri dal paese di Montiglio (da Mons Tilius nome che deriva probabilmente dalla grande quantità di tigli che si trova nella zona). A Montiglio viene edificato un castello per consolidare il potere delle famiglie locali sulle terre limitrofe. Nel 1164, circa vent’anni prima della Pace di Costanza che ne esautorerà i poteri, Federico Barbarossa conferisce al marchese Guglielmo di Monferrato la signoria su tale proprietà e su una parte di territorio circostante, sicuro di trovare in lui un valido aiuto per resistere alle frequenti minacce dei comuni vicini, in particolare della città di Asti, e nel tentativo di rafforzare l’Impero contro il potere temporale della Chiesa. La guerra fra Asti e il marchesato del Monferrato dura dal 1191 al 1206: un lungo e aspro conflitto che si conclude con la vittoria degli astigiani, ma le cui alterne vicende inducono la popolazione locale al progressivo esodo verso il castello fortificato. Nel 1952 furono compiuti alcuni lavori di consolidamento dovuti alle alluvioni dell’anno precedente. Nel 1959 furono ultimati i lavori iniziati nel 1955 che videro il rifacimento dei tetti delle navate laterali, rinforzi delle fondamenta, rifacimento totale della facciata, costruzione del muro ai fianchi della stessa facciata.

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La chiesa

San Lorenzo, anche se più volte rimaneggiata nel corso del tempo, conserva caratteristiche tali da poterla includere in quel gruppo di edifici simili nello stile e nei particolari sia architettonici che decorativi nel quale rientrano le chiese dei SS. Nazario e Celso e S. Secondo.

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Della primitiva pieve risalente al X secolo non è rimasta traccia, mentre della costruzione successiva (XI-XII) qualche elemento è arrivato fino a noi, nonostante nei secoli vi siano stati apportati restauri grossolani e inopportuni. Purtroppo le sole strutture originali rimaste dell’edificio romanico sono le colonne, i capitelli e gli archi della navata centrale con il sovrastante cleristorio. Un solo documento, depositato presso gli archivi della Soprintendenza, ci fa capire come poteva essere strutturata la chiesa originariamente: si tratta di un disegno anteriore ai primi restauri che raffigura il cimitero e in cui la chiesa ha dimensioni molto più grandi dell’attuale edificio, con tre ampie navate e tre absidi. La pianta dell’edificio è a croce rettangolare a tre navate, nelle laterali sono state ricavate sei cappelle a pianta esagonale e due a pianta rettangolare, vi è una sola abside semicircolare centrale; la chiesa misura circa 16 metri di lunghezza per una larghezza di circa 8 metri che divengono 10 metri nella zona pre-absidale. Nel 1873 viene costruita una facciata neoclassica a stucco fortunatamente abbattuta a metà del XX secolo e ricostruita in forme più semplici e più consone allo stile dell’edificio. Della facciata 8 originale quindi non resta più nulla; si suppone che potesse essere simile alle altre chiese dello stesso periodo che ritroviamo in zona. Vi è il portone d’ingresso e più sopra un rosone circolare. Sul fianco sud, dalla muratura di blocchi squadrati di pietra, si aprono tre monofore a strombo sagomato con colonnine e capitelli decorati, il cui motivo a treccia continua sulla parete. Più ricco di decorazioni il coronamento del cleristorio costituito da una serie di archetti, le cui mensoline sorreggono alcune testine e decorazioni a fogliami; al di sopra de esse, sotto il tetto, vi è una fascia scolpita con motivi vegetali intrecciati. Il fianco nord, in blocchi squadrati di arenaria, più povero di ornamenti, ha tre monofore a doppia strombatura; il coronamento della muratura perimetrale è una semplice cornice in pietra, mentre sul cleristorio troviamo un decoro ad archetti semplici su mensoline anche qui sovrastate da una cornice decorata con motivi a treccia. L’abside centrale semicircolare viene ricostruita nel XVIII secolo. Essa presenta una decorazione cromatica a fasce data dall’alternarsi dei colori della pietra e dei mattoni; è attraversata verticalmente da due lesene addossate che dividono la superficie in tre porzioni: nella prima e nella terza si aprono due monofore senza motivi ornamentali, con arco a tutto sesto ricavato in un monolite di roccia. Nella parte alta vi è una decorazione costituita da una serie di mensole con testine scolpite che reggono una cornice formata da piccoli rombi in pietra e cotto, incanalati fra due file di mattoni, che richiamano la stessa bicromia del paramento dell’abside in cotto e pietra. Il tutto coronato da una fascia in pietra scolpita a billettes. Solo sui fianchi absidali, in alto, si vede una cornice in pietra con motivo ad intreccio. Le absidi laterali vengono trasformate in due locali quadrangolari molto somiglianti a un transetto sporgente. L’interno è stato anch’esso in parte rimaneggiato alla fine del Settecento. Le due navate laterali furono divise in più cappelle a pianta semiesagonale, ciascuna con una monofora con arco a tutto sesto monolitico scolpito con motivi diversi; nella zona presbiteriale troviamo due ambienti a pianta rettangolare leggermente sporgenti dal perimetro della chiesa come a formare una sorta di transetto. In corrispondenza dell’inizio del catino dell’abside vi è un arco romanico, di minor raggio della volta, fatto con conci di pietra e mattoni. L’altare è molto recente ed è in muratura con tavolo in pietra di luserna. La navata centrale presenta una copertura a botte non originale. Nel tratto di muratura compreso fra gli archi della prima e della seconda cappella a nord vi è un piccolo tratto di fascia a denti di lupo. I pilastri sono cruciformi con semicolonne addossate e presentano verso la navata centrale delle colonne semicircolari nella fila sinistra, mentre la fila destra mostra delle lesene piatte con inciso il motivo a spina di pesce. I basamenti dei pilastri sono circolari nella fila sinistra mentre sono rettangolari nella fila destra. Molto interessati i capitelli riccamente scolpiti, tanto quelli con motivi vegetali quanto quelli con decorazioni zoomorfe; essi sono visibili solo da tre lati essendo il quarto inglobato nella muratura delle cappelle. Le arcate longitudinali hanno una doppia ghiera incorniciata da una fascia a billettes. Un’altra fascia della stessa decorazione divide orizzontalmente la muratura absidale all’altezza della base delle monofore.

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Photo & Video Gallery

Photogallery

Nel 2004 un appassionato dello stile romanico, di passaggio a Montiglio Monferrato presso il punto IAT, ha voluto condividere le foto che aveva scattato presso pievi, campanili e vestigia, immortalando così la sua passione. A distanza di anni e in occasione del rinnovo del sito di Montiglio Monferrato, desideriamo rendere omaggio al donatore condividendo con voi ciò che lui ha condiviso allora.
Quella che vedrete è una carrellata di oltre 2000 scatti delle 35 pievi romaniche o di ciò che ne resta. È un’iniziativa che certamente verrà apprezzata dagli amanti dell’arte romanica.

Un ringraziamento al donatore e un cordiale saluto a tutti voi appassionati
Il Trabucco

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  • Albugnano: San Pietro
  • Albugnano (Vezzolano): Abbazia di Santa Maria
  • Andezeno: San Giorgio
  • Aramengo: San Giorgio
  • Asti (Viatosto): Santa Maria
  • Brusasco: San Pietro
  • Buttigliera d’Asti: San Martino
  • Calliano: San Pietro
  • Casorzo: Madonna delle Grazie
  • Castagneto Po: San Genesio
  • Castell’Alfero: Madonna delle Nevi

 

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  • Castelnuovo Don Bosco: Santa Maria di Rasetto
  • Castelnuovo Don Bosco: Sant’Eusebio
  • Cavagnolo: Santa Fede
  • Cerreto d’Asti (Casaglio): Sant’Andrea
  • Chiusano d’Asti: Santa Maria
  • Cinaglio: San Felice
  • Cortazzone: San Secondo
  • Grazzano Badoglio: Madonna dei Monti
  • Marentino: Santa Maria
  • Montafia: San Martino
  • Montafia (Bagnasco): San Giorgio
  • Montechiaro d’Asti: Santa Maria di Piesenzana
  • Montechiaro d’Asti: Santi Nazario e Celso

 

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  • Montemagno: vestigia San Vittore
  • Montiglio Monferrato: San Lorenzo
  • Montiglio Monferrato (Colcavagno): Santi Sebastiano e Fabiano
  • Montiglio Monferrato (Scandeluzza): Santi Sebastiano e Fabiano
  • Portacomaro: San Pietro
  • Rocca d’Arazzo: Santi Stefano e Liberata
  • Rocchetta Tanaro: Madonna delle Ciappellette
  • Settime: San Nicolao
  • Tigliole: San Lorenzo
  • Tonengo: San Michele
  • Viarigi: San Marziano
  • I campanili delle pievi romaniche
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Videogallery

Si propongono alcuni video, in italiano o in altre lingue, riguardanti il territorio e le sue ricchezze.

 

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