Il Monferrato

Le dinastie del Monferrato

La storia del Monferrato è rappresentata dalle dinastie che si sono succedute nel tempo.

 

Dinastia degli Aleramici (967-1305)

Dal nome di Aleramo capostipite e primo marchese del Monferrato; tra i marchesati quello che riveste per l’astigiano la maggior rilevanza è la complessa dinastia degli Aleramici, che per più di cinque secoli influì profondamente sulle terre monferrine. Il capostipite della dinastia fu Aleramo, personaggio mitico, protagonista di una leggenda assai famosa, dolce e gentile, quasi una favola, raccolta intorno al 1330 dal cronista Jacopo di Acqui e diffusa, fra gli altri, anche dal Carducci. Al di là della leggenda che riguarda Aleramo, capostipite della dinastia, si sa ben poco degli Aleramici che furono a capo del marchesato fin dal 1305, fino alla scomparsa del marchese Giovanni, morto senza discendenza diretta. Dato che il Monferrato era un feudo femminile, passò, contro le pretese degli Aleramici di Saluzzo, a una sorella del marchese Giovanni, Jolanda, andata in sposa all’imperatore Andronico Paleologo e, per lei, al figlio suo secondogenito Teodoro.

 

La leggenda di Aleramo

Si narra che nel 934 un gentiluomo di Sassonia, desideroso di prole, promise a Dio di andare pellegrino a Roma se avesse avuto grazia di figliolanza. Rimasta incinta la sua sposa i due nobili coniugi partirono per esaudire il voto, accompagnati da gaia e onorevole compagnia. Giunti a Sezzè, nella contea di Aqui, il viaggio non potè proseguire giacché il parto era vicino. Nacque un bel bambino, forte e gagliardo, cui venne posto nome Aleramo che voleva significare “allegrezza”.

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Trascorso un mese dall’evento, i genitori decisero di proseguire il viaggio, affidando il bambino alle affettuose cure dei signori del luogo con l’idea di poi riprenderlo al ritorno da Roma. Ma il loro fu un viaggio senza ritorno, perché sorpresi dai briganti, trovarono la morte. Rimasto orfano, Aleramo fu allevato come un figlio dai signori di Sezzè, che ne fecero uno scudiero. Quando l’imperatore Ottone cinse d’assedio la ribelle città di Brescia, tra i valorosi che accorsero a prestargli aiuto c’era anche il giovane Aleramo. Tali erano la grazia e la leggiadria del giovane che l’imperatore ne fu conquistato e subito lo volle cavaliere della sua famiglia, affidandogli il compito di servitore di coppa presso la sua mensa. Dame e donzelle non avevano occhi che per lui e se ne disputavano la compagnia e il sorriso. Anche Adelasia, detta Alasia, la figlia dell’imperatore, non seppe resistere al suo fascino e ben presto se ne innamorò. Prontamente Aleramo ricambiò l’amore ardente, anche se combattuto tra il desiderio per l’amata e la riconoscenza per il suo re, cui non voleva recare torto. Ma l’amore per Alasia era forte e le parole di lei erano dolci e convincenti, al punto che in una notte buia, vestiti abiti dimessi, fuggì con la sua amata. Cavalcarono giorno e notte senza mai fermarsi, sempre andando per boschi e per selve, per valli e per montagne, finchè, braccati ed inseguiti, si rifugiarono sui monti di Albenga a Pietra Andrena, dove spesso Aleramo si era recato a cacciare con i signori di Sezzè. Qui finalmente si fermarono e tosto furono colti da fame e sfinimento. Scorto un  fuoco in lontananza, Aleramo vi si recò e là trovò degli umili carbonai che gli diedero di che sfamare sé e la sua compagna. Il giovane accettò l’offerta di cavare carbone con loro e ben presto si adattò all’umile mestiere. Costruì una capanna per sé e per la sua sposa e con lei visse sereno per lunghi anni, dimentico di ricchezze e onori. La vita trascorreva lieta e semplice: Aleramo cavava carbone, Alasia confezionava borse che poi lo stesso Aleramo andava a vendere. Molti figli rallegrarono la loro casa. Quando il maggiore di essi compì dodici  anni, il padre lo portò ad Albenga con sé, dove lo affidò al vescovo, con il quale aveva intrecciato rapporti di amicizia, perché lo facesse suo scudiero. Nel frattempo avvenne che Brescia si ribellò di nuovo ad Ottone e che questi di nuovo chiamasse a sé i suoi fidi. Anche il vescovo di Albenga corse al richiamo del re, portandosi dietro sia il figlio di Aleramo che Aleramo stesso, in veste di aiuto cuoco. Giunti sotto le mura di Brescia, subito si misero sotto il comando di Ottone e presero a combattere. Aleramo si teneva in disparte ed osservava da lontano le imprese del figlio. Quando però vide le armate di Ottone incalzate e pressate dal nemico, ruppe gli indugi e afferrato a volo  un cavallo, con grande genialità e tempestività, impugnò uno stendardo con sopra paioli, padelle, catene e si precipitò nella mischia respingendo in tal modo l’assalto dei nemici, che presi di sorpresa furono messi in fuga. Con il suo ardire le sorti del combattimento si erano capovolte con grande meraviglia di tutti, soprattutto dell’imperatore, che volle subito vedere l’uomo del gesto glorioso. Aleramo inutilmente si schernì, ma messo alle strette fu costretto a rivelare all’imperatore la sua identità. Gettatosi ai piedi del sovrano, gli narrò con voce commossa ma ferma, quanto era accaduto a lui e ad Alasia a partire da quella lontana notte in cui fuggirono. Al racconto l’imperatore si intenerì, perdonò l’eroe e subito volle che fossero condotti in sua presenza la figlia amatissima e i nipoti. Si fece grandissima festa e Aleramo fu fatto marchese. A lui Ottone concesse tanto territorio quanto in tre giorni potesse percorrere a cavallo in quella terra montuosa che è il Piemonte. Aleramo cavalcando senza posa, notte e dì, su tre cavalli velocissimi, percorse tutte le terre che si estendevano dal fiume Tanaro all’Orba, sino alla riva del mare. Si dice che Aleramo, volendo ferrare il cavallo prima di intraprendere la gran corsa e non trovando strumenti idonei, si sia servito di un mattone che appunto nel volgare di quella regione è detto “mun” e così il cavallo fu ferrato, “frrha”. Di qui il nome del Monferrato. Questa leggenda offre una delle più suggestive invenzioni etimologiche del nome della regione, che ad altri invece viene fatto derivare da “mons ferax“, “monte ferace”, per la fertilità del terreno, ora da “monte” e da “farro”, una specie di frumento che sarebbe cresciuto in abbondanza su quei colli, ora da “mons pharratus“, un villaggio della collina torinese oggi scomparso, ora da “fera“, in quanto un tempo la regione pullulava di animali feroci, ora da “mons ferratus“, “monte guarnito di ferro”, ora da “mons ferox”, “monte fiero, coraggioso” e così via. Passando dalla leggenda alla realtà storica si incontrano serie di difficoltà nel ricostruire la figura di Aleramo. I pochi documenti esistenti ce lo presentano come figlio di un certo conte Guglielmo di origine franca e testimoniano l’investitura di molte terre nel contado di Acqui, nel 933 ad opera dei re Ugo e Lotario. Nel 940 circa, alla guida del popolo di Aqui si sarebbe coperto di gloria sbaragliando, nei pressi di Vinchio (in località Colle dei Saraceni), ingenti forze moresche. Alcuni autori riportano tale episodio glorioso proprio al 933 e vedono nell’investitura un riconoscimento regio al valore di Aleramo. Nel 950 Berengario II lo elevò al rango di marchese. Nel 967, infine Ottone I gli confermò la dignità marchionale ed il possesso dei comitati che la marca riuniva: essa si estendeva, senza interruzioni, per tre comitati di Monferrato, Acqui e Savona e confinava a nord con il Po, ad est con i comitati di Genova, Tortona, Pavia e Milano, ad ovest con i comitati di Albenga, Alba, Mondovì, Asti e Torino, a sud con il mare. Dalla fantastica narrazione del suo gesto glorioso vi è poca documentazione. Certo è il documento che riguarda un diploma da Ravenna a lui conferitogli in data 23 marzo 967, che lo crea marchese delle terre fra l’Orba, il Po, la Provenza e il mare. Questo tessuto favoloso fu oggetto di ricerche da parte di storici piemontesi dal sec. XVII in poi. Sembra che non fosse la figlia del re ed imperatore Ottone I la donna con cui scappò Aleramo e che in seguito non fosse neppure la figlia di Berengario, Gerbenga, a dargli altri tre figli. Ma la debole documentazione non consentì di appurare se si trattava o no di sola leggenda. La leggenda di Aleramo fu vista simile a quella di Arduino il Glabro, di Bertoldo il Sassone e che per questo derivasse anch’essa, come le altre, dai re di Sassonia del Kent. In realtà le carte e i diplomi regi e imperiali del sec. XII permettono soltanto di stabilire che il 25 luglio 933 e il 6 febbraio 940 i re Ugo e Lotario a Pavia investono Aleramo “fedele nostro…conte”, figlio di un Guglielmo salico o borgoglione, prima della corte di Aureola e dipendenze, nel comitato vercellese, poi di altra corte in quel di Acqui; e che solo dopo il 950, cioè dopo l’avvento di Berengario II al trono, Aleramo ha la dignità di marchionale. Si narra che ad Aleramo, già vedovo della figlia di re Ottone, Adelasia, dalla quale erano nati Guglielmo, Anselmo, Oddone, Berengario, concesse la mano di sua figlia Gerbera, che fece da matrigna ai suoi tre figli. Da un diploma di Berengario fra il 958 e il 960 si evince che Aleramo con Gerbenga furono i fondatori del monastero di Grazzano (Casale). Aleramo non fu travolto dalla rovina del suocero Ottone I, in quanto lo stesso il 25 marzo 967 gli confermò la dignità marchionale e i possessi. Molto prima del 991 venne sepolto a Garazzano, dove ancora oggi all’interno della chiesa parrocchiale riposano le sue spoglie. Sulla sua tomba c’è un meraviglioso mosaico del X secolo sovrastato da una lapide che ricorda il trasferimento avvenuto nel 1581 delle sue spoglie dal peristilio del tempio, dove in origine erano state inumate, alla posizione attuale. Alla sua morte la marca, di cui era titolare, venne divisa tra i figli Oddone, cui andò il comitato di Acqui e Monferrato, ed Anselmo, cui toccò il comitato di Savona.

Enciclopedia Treccani, vol. II.

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Dinastia dei Paleologi (1305-1536)

Con il marchese Teodoro I. Il marchesato di Monferrato si costituì alla fine del sec. X o al principio dell’XI in seguito allo smembramento della marca di Aleramo, ma è a cominciare dalla metà del sec. XII che appare bene individuato e la sua storia è documentata. La dinastia dei Paleologi inizia con Teodoro e conta i marchesi:
Teodoro I                                            (1305-1338)
Giovanni II                                         (1338-1372)
Secondotto                                         (1372-1378)
Giovanni III                                       (1378-1381)
Teodoro II                                          (1381-1418)
Giangiacomo                                     (1418-1445)
Giovanni IV                                       (1445-1464)
Guglielmo VIII                                  (1464-1483)
Bonifazio III                                      (1483-1494)
Guglielmo IX                                     (1494-1518)
Bonifacio IV                                       (1518-1530)
Giangiorgio                                        (1530-1533)

Le circostanze che dettero inizio a tale dinastia partono dal gennaio del 1305 con la morte, senza eredi e alquanto misteriosa, del giovane marchese Giovanni I, detto il Giusto. Per dirimere la complicata successione tutti i signori del marchesato, compresi i consortili montigliesi, si riunirono a Trino, accogliendo le volontà del sovrano di nominare come successore uno dei figli di Violante, sorella di Giovanni I e imperatrice di Costantinopoli. Teodoro I Paleologo fu il primo marchese del Monferrato. Aleramici e Paleologi difesero il loro patrimonio e dettero allo stato la conquista di grossi centri urbani quali Acqui, Alba, Casale, che compensarono le perdite e allargarono i confini dello stato.

 

Dominazione dei Gonzaga (1536-1713)

Con il duca Federico Gonzaga e la moglie Margherita, figlia del defunto Guglielmo IX, ultimo dei Paleologi e di Anna D’Alencon. Con l’estinzione della dinastia dei Paleologi cessò la vita autonoma del marchesato. Morto Giangiorgio senza discendenti, il Monferrato fu disputato fra Federico II di Mantova, che aveva sposato la nipote di Giangiorgio, Margherita, e Carlo II duca di Savoia che aveva più parentele, ma soprattutto un contratto nuziale tra Jolanda da Monferrato e il conte Aimone di Savoia, in cui era sancita la devoluzione del marchesato ai loro discendenti nel caso si fosse estinta la linea maschile dei Paleologi. Trattandosi di un feudo imperiale la contesa fu decisa dall’imperatore Carlo V, che nel 1536 emise sentenza favorevole a Federico II Gonzaga. Dato che il Monferrato fino al 1539 fu corso e occupato dai soldati di Spagna e di Francia per il predominio in Italia, i Gonzaga  ne entrarono in possesso dopo la pace. A Mantova e nel Monferrato si susseguirono i duchi:
Federico II                                         (1536-1540)
Francesco III                                     (1540-1550)
Guglielmo                                          (1550-1587)
Vincenzo I                                         (1587-1612)
Francesco IV                                     (1612-1613)
Ferdinando                                        (1613-1626)
Vincenzo II                                        (1626-1627)

La Signoria dei Gonzaga non fu prodiga con i monferrini, opprimendoli e taglieggiandoli, e Vincenzo I mise letteralmente all’incanto il Monferrato, creando nuovi feudi e offrendoli per denaro, compresi di titoli nobiliari. I duchi di Savoia cavalcarono il malcontento dei monferrini e crearono difficoltà al governo dei Gonzaga. Mantova tentò invano la permuta con gli spagnoli per avere il Cremonese in cambio del Monferrato. Fu in questo periodo che Guglielmo Gonzaga ottenne dall’imperatore Massimiliano II, nel 1675, l’elezione del marchesato in ducato. Nel frattempo Ferdinando Carlo, l’ultimo e il peggiore dei duchi di Mantova e Monferrato, vendette nel 1681 a Luigi XIV la cittadella di Casale, poderosa fortezza che dava ai Borboni un solido punto di appoggio nella lotta contro gli Asburgo di Spagna e di Austria in Italia e in seguito diede in mano ai francesi il suo stato. Dichiarato reo di fellonia dell’imperatore, suo sovrano feudale, e spogliato dagli stati e dai diritti, Mantova ricadde all’impero e il Monferrato dopo la vittoria di Torino fu assegnato finalmente a Vittorio Amedeo II nel 1708. Da allora la storia dell’antico marchesato si confonde con quella del Piemonte.

[1] Enciclopedia Treccani, vol. XXIII, pp. 655-659.

 

Annessione a casa Savoia (1713)

Con la pace di Utrecht il marchesato uscì da queste lotte con dolorose mutilazioni e pericoli. Nel sec. XIV e XV i Savoia e i Visconti affermarono la loro egemonia in Piemonte e in Lombardia, contendendosi il territorio marchionale per aumentare la loro egemonia in Lombardia, Piemonte e ad allargarsi verso il mare. Il marchesato si salvò volgendo a suo profitto la rivalità sabaudo-viscontea e parve soccombere tra il 1431-1435 allorché Amedeo VII di Savoia, giocati diplomaticamente Filippo Maria Visconti e il marchese Giangiacomo, occupò parte dello stato e si fece cedere la capitale Chivasso. I successori di Giangiacomo tentarono di recuperare il perduto chiedendo protezione alla Francia e all’impero, ottenendo che gli imperatori assurgici riconfermassero alcuni diritti dei marchesi. Le  ambizioni dei Savoia sul ducato del Monferrato provocarono due guerre. Con la fine della seconda guerra e con il trattato di Cherasco ai Savoia spettò soltanto Alba e Trino. Sin dagli inizi del XVII secolo il Monferrato subì le conseguenze della durissima guerra contro i Savoia e tra il 1617-1618 Montiglio venne saccheggiata, nonostante il borgo contasse 495 fuochi, 2491 bocche e 300 soldati. Un destino analogo a quello che dovrà seguire nel secolo successivo, quando il “Monferrato è nuovamente invaso…e Casale, per evitare mali peggiori, manda una delegazione al principe Eugenio di Savoia”. Fanno parte di questa delegazione i marchesi Natta, Grisella e Malpassuto di Montiglio. Il 18 aprile 1707, Vittorio Amedeo II entra vittorioso in Casale. Nel 1713 con la pace di Utrecht, il Monferrato, dopo secoli di storia viene definitivamente annesso a Casa Savoia[1]. Nel 1869 viene rinnovato il titolo di marchese da Montiglio a Paolo Giovanni Della Rovere, condiviso con i Cocconito. Estinti i Cocconito il castello rimane ad Ernesto Cocconito, la cui figlia Silvia sposa il marchese Borsarelli di Rifreddo.

[1] G. BARELLI, F. DURANDO, E. GABOTTO, Gli Statuti di Garessio, Ormea, Montiglio e Camino, Pinerolo 1907, pp. 209-234.

 

Carte e mappe

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